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Eccolo, appena finito di leggere.
Nella primissima mattinata, intanto, mi sono accorta che il mio essere selezionata "riserva" per l'evento di Sigrid a Torino non consisteva semplicemente nello sperare che i primi 14 "titolari" si arruolassero nella Legione Straniera temendo di bruciare i Cavoletti di Bruxelles in questione (cosa che a questo punto sono terrorizzata di fare io!), ma "semplicemente" significava di poter decidere se partecipare!
Sotto gli effluvii positivo-sperimentali del film Julie&Julia, visto ieri sera (domani ne parliamo!), ho pensato che tutto sommato potevo usare la ricetta di Pellegrino Artusi, ANZI, mentre mi accingevo a preparare la suddetta cioccolata, ho anche avuto l'ardire di dire a monsieur Patou: "chissà come sarebbe se io facessi con l'Artusi quello che Julie Powell ha fatto con Julia Child?".
Per una tazza abbondante non occorrono meno di grammi 60 di cioccolata, sciolta in due decilitri di acqua; ma possono bastare grammi 50 se la preferite leggera, e portar la dose fino a 80 se la desiderate molto consistente.
Dunque questa ricetta io ce l'ho in casa da almeno un paio d'anni, perchè il libro sui cake della Chovancova ce l'ho avuto da subito, e non è uno di quei libri che non si sfogliano, e non si usano, e non si postano.







p.s. ah, ups, quella gnappa col giubbotto "rossomelanzana" sono io, tutta intenta nel lavoro, quello che mi piace!
In programma c'era oggi (o meglio, domani) tutt'altro post, ma all'ultimo mi sono ricordata del World Bread Day 2009, e, per puro caso, ovvero prima di rendermi conto della data, in mattinata avevo impastato questi paninetti stupendi di Brigitte Namour (si vede che sentivo qualcosa nell'aere...)!
Avete presente la ricetta che vi fa "acquistare il libro"? Cioè quella che ad una prima fugace occhiata sfogliandolo già vi colpisce, vi convince, che vi invoglia e che non vedete l'ora di preparare una volta accattato il prezioso tomo? Eccola, era questa. Poi in verità il libro, una volta sfogliato accuratamente e letto benbene, non disattende affatto le aspettative inizaiali, anzi le moltiplica! Brigitte ha un modo così semplice, pulito e "joli", e al tempo stesso entusiasta (ma non enfatico) di descrivere la realizzazione dei suoi pani, che mi ha assolutamente conquistata....
Questa la ricetta, come tradotta ed interpretata dal libro di cui si era già parlato qualche giorno fa... In realtà, rispetto alle cose superinteressanti che si vedono postare in giro per il WBD, si tratta di una ricetta semplice-semplice, con natali sostanzialmente ignoti, ma che a me suscita un'enorme allegria, unita all'azione superterapeutica dell'impastare, e del panificare. Quindi, per essere la mia prima partecipazione (confesso che sono un po' emozionata!), mi accontento, è stato molto bello pensare di aver panificato tutti insieme appassionatamente da varie perti del mondo!



Sul postare piatti di carne.
Ciao!
L'idea che ho io dell'autunno riguarda le Marche. L'aria fredda e umida, le foglie gialle di tiglio mezze sugli alberi e mezze per terra, in quantità copiosa entrambe, come se questi giganti avessero a disposizione il doppio della chioma ciascumo, e i tronchi scuri, scurissimi, che mi viene sempre da toccare, perchè un po' umidi anche loro.
A ottobre mi viene sempre una malinconia grandissima della mia parte di Appennino, perchè Roma sì, è bella, ma le mie montagne non le cambierei con nulla....
La ricetta è più unica che rara, anche se per me i calzoncelli sono quanto di più normale (nel campo dello straordinario, ndr) mangiare al mondo, perchè la nonna ci ha tirato su un cospicuo numero di figli ma soprattutto nipoti, producendone in quantità monumentali (la sua ricetta inizia così: "prendi un kg di mandorle....."). Si tratta dei CALZONCELLI DI MELFI, e non sto parlando della ricetta dei calzoncelli che si può trovare facilmente in rete, quelli fritti alle castagne (per esempio qui), ma proprio quelli di nonna mia, ovvero quelli che si fanno a melfi, da un'antichissima ricetta lucana (e non ho ancora ben scoperto se e dove si usano fare in altri posti)!
Allora, bando alle ciancie, ecco la ricetta (dosi ridotte, per inciso.....;-)).
Quando eravamo giù in vacanza, nonna li disponeva uno per uno su dei vassoi di carta e li copriva con un panno. Ricordo che i vassoi stavano su un piano di marmo rosa scuro, davanti alla statua di una tigre maestosa e aggressiva, che non mi era mai piaciuta. E che sembrava stesse lì a fare la guardia e a difenderli. Io e mia sorella osservavamo i vassoi con aria complice e aspettavamo il momento giusto in cui potevamo scoprire la magia di quei piccoli dolci ripieni. D'inverno, invece, nonna ci spediva spesso uno scatolone pieno zeppo di cose buone, soprattutto quelle che piacevano a papà e che dalle nostre parti non si trovavano o non erano abbastanza simili: orecchiette fatte in casa, melanzane sott'olio, salsicce sott'olio... Guardavo mamma scartare e mettere in ordine tutto quello che usciva da uno scatolone che sembrava sempre capace di contenere molte più cose di quante ragionevolmente potessimo immaginare. E aspettavo sempre, trepidante, che uscisse anche QUEL sacchetto. Il sacchetto trasparente pieno di calzoncelli. L'unica cosa che veramente speravo si trovasse nello scatolone magico. Ero una bambina golosa, certo. Non gelosa di quello che mangiavo, però (a casa nostra non si poteva esserlo). Ma quei calzoncelli avevano un potere strano, rispetto a tutti gli altri dolci. Avrei voluto nasconderli e tenerli solo per me, mangiandoli lentamente senza voracità, per farli durare il più possibile. Quando li mettevo in bocca, quel sapore misto di cioccolato e altro (allora non sapevo nè mi interessava conoscere quali fossero esattamente gli ingredienti del ripieno. Mi occupavo soltanto dell'effetto che producevano), mi deconcentrava e mi riempiva di piacere. Quando non ne restava più nessuno, la delusione era ogni volta simile a quella di quando scopri che babbo natale mica esiste veramente. Di solito puntavo i calzoncelli più panciuti e meno cotti. Capitava anche di trovarne due che si erano attaccati durante la cottura: e si faceva a gara, tra sorelle, a chi ne trovava prima. Chi vinceva se li mangiava ridendo, ovvio.
Ecco questo è un luogo di cui si era accennato, ovviamente in modo assolutamente non consono, ovvero parziale e senza un minimo approfondimento, nella nostra lista della spesa work in progress qualche tempo fa (http://vanigliacooking.blogspot.com/2009/03/lista-della-spesa.html). 
L'idea di una focaccia al latticello viene sempre dalla stessa storia, ovvero dal fatto che una volta tanto non avevo latticello prodotto in casa, ma acquistato, e non usato, e prossimo alla scadenza.
E nel frattempo mi dicevo «guarda che torda, ci sono andata a comprarlo, il latticello, per farlo scadere», e mi sentivo un tantinello idiota a dover trovare o inventare qualcosa VELOCEMENTE, da fare con gli ingredienti che avevo in casa, e che mi si addicesse, cioè che andasse d'accordo con il mio stato d'animo.
Sì perchè qualche ricetta è una specie di carpiato triplo, che mette insieme il bisogno di mangiare, gli ingredienti a disposizione, e soprattutto la mia disposizione d'animo al momento. Poi ci sono le velleità estetiche, ma questo è un altro discorso che per ora vi risparmio.
Così, l'ultimo dei tre round che mi hanno permesso di consumare il mio MEZZOCHILO di latticello è stata la focaccia.
ingredienti