giovedì 27 settembre 2012

scottish bisquit


Sono in partenza...

Scrivo questo post mentre sto cercando di agguantare le ultime cose da indossare, imprecando contro la compagnia aerea che mi costringe a mettere tutto-tuttissimo in un unico "collo" (quindi immaginate di sottrarre ad un volume 55x40x20 cm lo spazio di una borsa per macchina fotografica con dentro la suddetta macchina - RICORDARE LA MACCHINA, più quello per un pc portatile, con relativa custodia -RICORDARE IL PC) e sto pensando di mettere i calzini nei "buchi" per gli obiettivi (sì, quelli che un giorno avrò, pianpiano, e che per ora sono solo due spazi laterali accanto alla macchina nella custodia - OK, FICCARE CALZINI ;-P); in ultimo, ma non ultimo (ehm, pare che si dica last but not least, e sulle vicissitudini varie che accompagnano il viaggio e il mio rapporto con la lingua inglese potete leggere qui ;))) devo SOLO ricordarmi i biglietti, le carte d'imbarco, e tutti i miei appuntini per arrivare dall'aereoporto a casa (ehm, sì, io mai stata a Londra! ;))...

Vi lascio con una tazza di tè e due biscottini, in modo che possiate aspettarmi (lo farete, vero? ;P) sorseggiando e sgranocchiando.







Si tratta di una ricetta speciale, arrivata da un'amica speciale (:D), e accompagnata da un tè speciale (vabè, acquistato a Parigi, certe predilezioni non sarò mai in grado di correggerle!) versato in una tazza anch'essa speciale, perchè è il regalo prezioso di un'altra amica, che è anch'essa così straordinaria che anche solo leggerne i commenti su questo blog io mi sento bene, figuratevi quando la vedo di persona!

La ricetta è copiaincollata come la prima delle due amiche speciali (che un giorno farò conoscere!) me l'ha scritta in una mail, ovvero come da suo appunto: come l'altra meravigliosa ricetta che veniva da lei (partendo da qui, libro che poi ho finito per comprarmi! ;-P) per me significa tè, e impasti fragranti e croccanti, sempre molto british, sempre con i miei amati semi di carvi.

scottish bisquit

190° x 10 min. / diam. 7,5 cm

A 226 gr farina
B 85 gr zucchero
C 85 gr burro
D 1/2 teaspoon baking powder
E 1/2 teaspoon caraway seeds
F 1 teaspoon milk
G 1 uovo.

{[(A+D) +C] + (B+E) + (G+F)}.

PS. io ho steso l'impasto alto un dito, poi tagliato a "bastoncini", come degli shortbreads (mi pareva che si adattasse bene, ed infatti! :))

mercoledì 26 settembre 2012

trova l'intruso... ;)



Beh, oggi in realtà nemmeno avrei dovuto postare.
Solo che gli amici di Google Chrome mi hanno fatto la gradita sorpresa che vedete qua sopra...

Quindi ora chiedo a voi, miei fidi lettori, notate forse qualcosa???? Riconoscete forse qualcuno, in mezzo a quei 30 secondi di immagini?

Se sì, passate subito alla domanda numero due e rispondete senza pensarci su (e senza cercarla nella stringa in alto a destra sotto alle fotine): che torta è quella?
un cupcake (dei migliori) virtuale, e un sorriso, a chi risponde prima!

Un grazie speciale ad un paio di "alessandri-e" ;-P

lunedì 24 settembre 2012

bucatini alle sarde (con finocchietto selvatico)


L'avevo promesso e preannunciato, no, il "post-salato"? ;)
Beh per non sbagliare ho scelto una ricetta proprio saporita, più che "salata", delle mie preferite, assaggiata per la prima volta qualche tempo fa esattamente come cucinata da un mio amico (collega -studente all'epoca- architetto) di Palermo.
Immaginate la mia faccia quando l'ho visto friggere la mollica di pane!!! Sono quelle scene che ti fanno innamorare di una ricetta, che poi peraltro è stata cucinata e ricucinata da me medesima più e più volte, restando senza colpo ferire ai primi posti delle paste preferite della casa.


Ora, voi non troverete mai su questo blog, la ricetta de la vera *qualcosa*, nel senso che non vi scriverò mai quella che ritengo la vera amatriciana, o la vera carbonara, la vera pasta alla norma o la vera acquacotta...
Forse semplicemente perchè non credo che esistano.
Credo che le ricette legate alla tradizione siano quanto di più simile il nostro territorio abbia prodotto in base alla disponibilità che esso stesso aveva, nel tempo, di ingredienti.
E quindi credo (ed è solo il mio personalissimo parere, badate! ;-)) che, sulla base di una struttura piuttosto stabile di ricetta "tradizionale", poi quest'ultima abbia subito micro (o macro) variazioni da provincia a provincia, da paese a paese, da campanile a campanile, magari anche da tavola a tavola (a seconda della disponibilità della dispensa!) e credo anche che questo sia uno degli aspetti più fascinosi della cucina tradizionale italiana: e quindi mi piace che siano proprio "i campanili" a rivendicare "il vero", mentre sulle pagine di Vaniglia mi piace tramandarvi quello che è più vicino alla mia esperienza di una ricetta, il più delle volte molto vicina a quanto di più tradizionale si possa immaginare... ;)

Ecco quindi la ricetta che si fa a casa mia, grazie anche al mio amico palermitano che me l'ha fatta scoprire, in tempi non sospetti, quando la sottoscritta i blog di cucina non sapeva nemmeno cosa fossero! :D

pasta alle sarde
igredienti per 4 persone
1 cipolla grande
una manciata di pinoli
1 manciata di uvetta
1 manciata di pangrattato
120 gr sardine (nel mio caso in olio d'oliva, in scatola, peso lordo)
200 gr abbondanti di finocchietto selvatico
400gr di bucatini
olio extravergine d'oliva
sale

Pulire le sarde raschiandole delicatamente con un coltello, poi aprirle a libro e staccarne la lisca.
Lavare il finocchietto selvatico e tagliere la parte più dura del gambo.
Cuocere il finocchietto per 15-20’ (regolandosi finchè non si è ammorbidito) in abbondante acqua salata e scolarlo mantenendo l’acqua di cottura che servirà per la pasta.
Tritarlo finemente insieme alla cipolla e far appassire dolcemente il trito in un’ampia padella in un filo d’olio extravergine.
Quando il tutto diventa quasi trasparente unire un paio di filetti di sarde a pezzetti e farli disfare nell’olio caldo, poi aggiungere i pinoli e l’uvetta (fatta prima rinvenire in acqua tiepida).
Aggiungere le restanti sarde lasciandone da parte 1 o 2.
Cuocerle a fuoco vivo per pochi minuti mescolando, poi aggiungere i finocchietti. Far cuocere ancora un paio di minuti a fuoco vivo.
Rosolare in una padella antiaderente una manciata di pangrattato in poco olio.

Portare a ebollizione l’acqua di cottura dei finocchietti e cuocervi i bucatini.
Rosolare le restanti sarde in un padellino, con pochissimo olio.
Scolare i bucatini molto al dente, versarli nella padella con il condimento e farli insaporire per un paio di minuti, e aggiungere il pangrattato mescolando. Distribuire la pasta nei piatti completare con i filetti di sarde rosolati.


Non vi sto a dire che buonissima, non serve no? ;)

sabato 22 settembre 2012

del post che non aveva presupposti ma volle uscirsene da solo

(o dei cuoricini di frolla da viaggio,  per chi come me odia i ritagli)








In questo strano settembre più stancante e frenetico del solito, una cosa è veramente certa.
La nascita di mia nipote mi ha proprio rammollito.
E quindi, lo ammetto, nello scrivere i post ultimamente sono un po' più melensa del solito.
E sorelle, e tortine, e  biscottini, e cuoricini...
Da un lato, dev'essere una 'naturale' reazione alla "zianza", dall'altro, immagino, una specie di autococcola per reagire alle difficoltà oggettive del rientro.

Allora, un po' per suggellare questo strano trend rosa, un po' per fare due chiacchiere sul tema no-tempo (dato che ultimamente anche nei commenti se n'è parlato), oggi (dato che è sabato, e il sabato, si sa, ci si rilassa :)) ne approfitto per postare una non ricetta.

Poi lunedì ci arriva un piatto "maschio", salato, per non dire proprio saporoso, lo prometto! ;-P

Oggi ci limitiamo a dire che forse ho trovato il modo di non impazzire appresso ai ritagli della pasta frolla. E che questi cuoricini non erano nati per essere postati, ma mi hanno fatto da subito così tanta simpatia che si sono fatti strada nel blog da soli!!! :D

Ma veniamo a noi e al mio complesso rapporto con la pasta frolla:

- Punto primo, io ODIO i ritagli della frolla.
Sono una a cui piace impastare, ma la frolla la voglio toccare il meno possibile, e già al primo reimpasto mi pare che il burro si cominci a "scaldare" e "separare" un po' troppo da tutto il resto.

- Punto secondo, io AMO il sapore della frolla cruda, cosa che, unita al punto primo e alla conseguente pigrizia, mi induce a mangiarne un po' troppa, mentre la sto maneggiando, prima dell'infornata.

- Punto terzo, quest'estate, avevo comprato un aggeggio del genere (in sostanza un tagliapasta a cuore con estrattore) ma non proprio quello lì, diciamo uno meno costoso in quanto di unica dimensione, ovvero piccola, che doveva servire a tagliare a forma di cuoricini l'anguria (la follìa... dato anche che io l'anguria nemmeno la digerisco), anche se sulla confezione era indicato come una specie di "tagliaemmental" (che vogliamo fare, la versatilità degli aggeggi da cucina, oh donne, ditelo ai vostri mariti, padri fratelli disperati per i vostri acquisti apparentemente insensati!).

Qualche giorno fa quindi, messa in forno la nostra rassicurante crostata casareccia, e di fronte a quei "terribili" ritagli di pasta che non potevano essere TUTTI da me all'istante fagocitati, ho pensato:
"perchè non preparare un cartoccetto di cuoricini di pasta frolla da viaggio per la mia sorellina che ultimamente mi sta tanto sopportando (divertendosi pure però, eh?) ;-)) foto dopo foto?"

Detto fatto.
Grazie all'aggeggetto (subito riabilitato, dato che per l'anguria non è stato ancora usato ;-P), si sono staccati facilmente, e direttamente sul foglio di carta da forno.

La frolla usata, come detto, è la frolla B tratta da La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, cotta solo 10-15' perchè più sottile e reimpastata, quindi più sensibile al calore).

Vi rimetto le dosi (attenzione, sono quelle della crostata!!! io ho usato solo gli scarti):

ingredienti (per una crostata di 22-24 cm di diametro)
250g farina 00
125g burro
110g zucchero semolato
1 uovo intero + 1 tuorlo (io avevo due uova piccole, le ho usate intere)
1 barattolo di marmellata di ciliegie

Farina a fontana. Formare una cavità al centro e versarvi le uova.
Sopra il burro freddo a fiocchetti e lo zucchero.
Mescolare aiutandosi con una forchetta per intridere la pasta (io cerco di "scaldarla" con le mani il meno possibile per evitare che si bruci), fino a che gli ingredienti non si tengono bene insieme.
Formare con la frolla così ottenuta due palle di cui una leggermente più grande.
Schiacciarle leggermente entrambe e far riposare in frigo per almeno un'ora.
Stendere su un ripiano leggermente infarinato la "palla" più grande, e foderarvi, con l'aiuto di un disco di carta da forno, una teglia da crostate diametro 22-24 cm.
Forare la frolla con una forchetta e riporre in frigo.
Accendere il forno a 180°C.
Con la pasta restante formare dei pezzetti da arrotolare per creare il graticcio della crostata.
Cuocere la base della crostata "in bianco", ovvero coperta con un foglio di carta da forno riempita con pesi da cucina o legumi secchi, per 15'-20'.
Tirare fuori il guscio della crostata, distribuirvi la marmellata e ricoprire con le strisce di frolla.
Continuare la cottura per altri 15'-20', o finché la frolla non è dorata, sempre a 180°C.

Una volta cotti e freddati, sono stati raccolti in un cartoccio che poi, chiuso e ben infiocchettato, è stato messo in valigia per fare compagnia alla mia pupa nel suo viaggio di attraversamento dell'Appennino... 

Per il resto, ovvero quello che accennavo ad inizio post, il tempo che fugge via e le mille mie riflessioni a tale proposito, alla domanda che molti di voi mi fanno in merito a "come faccio" con un lavoro una famiglia un blog e tutto il resto, la risposta è.

NON LO SO.

Anzi, a volte la risposta è NON CE LA FACCIO.

Non stiro.
La casa a volte sembra un campo di battaglia.
Faccio tardi la sera e a volte scrivo post che sembrano concepiti da un'ubriaca. 
Mi piace stare a casa, a volte.
Mi avvantaggio "il lavoro", altre volte.
Sono un po' sottopressione, in genere, e su molti fronti (in particolare quello lavorativo vero).
Però, e questo devo proprio dirlo, se scrivere un blog pesa 100, farlo al tempo stesso ti tira su (almeno nel mio caso) 200.
Se oltre al blog dovessi cucinare e fotografare anche per altro/i, lo farei, con le ali ai piedi, perché mi piace da morire, e mi fa bene.
Cucinare e fotografare cibo, poi parlarne con voi e condividerne i risultati racchiude in sé molte cose che io sono, dalla cucina alla condivisione di piccoli istanti di vita domestica, all'essere "compositiva", al parlare-parlare-parlare (;-P), alla fotografia in sé e all'avere a che fare con la luce (poca) e i colori (che sono luce pure quelli, alla fine dei conti!).
Insomma mi piace.
Mi piacerebbe anche diventassero un pezzetto del mio lavoro, un giorno.
Chissà ;)

Un bacio a tutti, e buon, meritatissimo ne son sicura, finesettimana!!!

mercoledì 19 settembre 2012

Vaniglia-fashioning: ovvero la collezione autunno inverno che è al via!!! ;-)


Beh, diciamo che la parola collezione è sovradimensionata, e che, sì, quest'estate ho lavorato per le "cusette" autunnali, ma dato che sono una lumaca (è perchè sono un'artista??? B-)) le aggiunte al guardaroba-etsy stanno arrivando pianpianino (e cmq meglio, così ce le godiamo di più! ;-))




Diciamo pure che io sono una persona di facili entusiasmi, e che questi entusiasmi invece di svanire come meteore mi rimangono attaccati addosso e quindi ho mille passioni e vorrei fare sempre mille cose e alla fine ne risulto distrutta (ma felice! ;-P).

A tale proposito, gli scialletti che forse alcuni di voi conoscono e che avevo iniziato a realizzare seguendo una "ricetta" trovata su questo libro e di cui vi avevo parlato qui, dovevano essere un'amena parentesi primaverile, ed invece la sottoscritta è andata in fissa e li sto facendo in pratica di tutti i colori di cui sono riuscita a trovare le lane...
Quindi, da che dovevano essere un paio, dopo il color malva e il celeste polvere, sono arrivati il bianco avorio, poi (perchè il bianco chiama il suo opposto, che è elegante e casual al tempo stesso e "va con tutto") nero, e infine, dato che quel rosso fuoco, che è il mio colore, di nome e di fatto, è così bello, perchè non farne uno, almeno per me?
Alla fine pianpianino mi sono messa e ne ho realizzati un po' di tutti i colori, anche in doppia copia, pensando, ogniqualvolta, che quello che si stava formando tra le mie mani era in assoluto il colore che avrei voluto per me.

Gli unici due che erano rimasti un po' dimenticati nel negozio di lane erano questi:



- il viola, così compatto, vivace, POP. Escluso a priori. Poi, quest'estate, in un attacco di anni Ottanta, ho cominciato a ripensarci, e in men che non si dica ne avevo già realizzati 2.



- il grigio polvere (tendente al nocciola, o al beige, o al color oro, a seconda dei casi... Warm Gray, come recitava l'etichetta di un pantone che usavo per colorare le tavole di progettazione 3 ;)): non so, all'inizio non lo avevo proprio degnato di uno sguardo, non mi pareva adatto all'estate, alla luce. E quindi ho procrastinato fino all'arrivo dell'autunno. In realtà credo di non aver capito nulla. E adesso se la batte con l'altro mio colore da podio, il rosso!


Adesso i colori disponibili li ho provati tutti, e con queste due new entry direi che si può aprire la stagione autunno-inverno!

Ecco, oggi niente ricette, oggi abbiamo chiacchierato....

Vi lascio però con un paio di scatti rubati dal "set scialletti".
Mi piacciono troppo (o forse mi piacciono i momenti in cui sono state scattate).
Nella prima, mia sorella che fa i respironi per "portare pazienza" con me che, oltre a farla stare al freddo con la felpa e a 40°C con una sciarpona di lana, la torturo se è troppo espressiva, troppo espansiva, troppo seria, troppo imbronciata, troppo poco spontanea... (che sorella deliziosa che sono, per fortuna so cucinare le sue torte preferite!!!)
Nella seconda e la terza, ovvero nel caso in cui invece "la modella" (marò, ma che sto dicendo?) sono io, e dato che ho l'occhio del fotografo più che la stoffa da indossatrice (e questa frase vi da la misura del tutto, se la legge Patou mi sfotte a vita!!!), mentre mia sorella con la pazienza di cui sopra scatta, io parlo, e parlo e parlo, di come inquadrare, di come mettere a fuoco, della linea di orizzonte, dell'asse di simmetria, della parte, del tutto... ;-)










lunedì 17 settembre 2012

torta integrale alle prugne selvatiche

Che, vi scoccia se seguito ancora per un pochino con le torte rustiche/paesane alla frutta? ;-)
Se siete pazienti prima della fine del mese arriva pure qualche piattino salato...
Però si sa, in casa Vaniglia, "storicamente" settembre è un mese dolce... :)
Inoltre io, da brava bambina cresciuta in città, lontana dagli alberi e dai giardini, impazzisco letteralmente per gli alberi da frutto. Quando li vedo, anche in campagna lungo una strada sterrata o un sentiero, do letteralmente di matto.
A volte dunque amici, parenti, vicini di casa che vanno in ferie e ai quali io e Monsieur Patou innaffiamo il giardino (vabè, più Monsieur Patou... ;-P), mi "prestano" i loro alberi, ed io brava-brava, mi porto via qualche frutto, con cui poi, tutta contenta di me, faccio una marmellata speciale o una tortina rusticotta...
Che poi, dato che è settembre e siamo in piena rentrée des classes, magari le mamme (o i papà) che leggono, saranno pure contenti, vistomai qualche ricettina di queste potesse essere utile per qualche merenda scolastica... ;).


Il tema sarebbe quindi quello delle merende sane, che unite all'altro tema che è la frutta di fine estate, non può che portarci ad una torta integrale, fatta adattando una ricetta di tanto tempo fa, e rendendola ancora più "ruvida"; cosa che non mi dispiace affatto, in nessun caso, e meno che mai nei dolci alla frutta, dei quali a mio parere l'unico rischio è quello che quest'ultima sia troppo succosa e l'impasto, se soffice, ne assorba i liquidi, una volta cotto il tutto, lasciando aloni di materia dolciastra e imprecisata nella torta di turno (ehm, si era parlato del mio difficile rapporto con le torta di frutta proprio qui).

Ora, la già citata torta di partenza era perfetta per i miei gusti in tal senso: impasto "tosto" anche grazie alle mandorle tritate, e frutta che se ne sta al suo posto proprio come piace a me (oddìo, sembro un po' fuori di testa? la domatrice delle torte alla frutta.... ecco a voi - rullo di tamburi - Vaniglia!), però, con la farina integrale e lo zucchero di canna in cristalli (che come fai a non metterli con le prugnette selvatiche? ;-)), vi assicuro che è superbuona oltre che supersana!

Quindi, testata, fotografata, postata, ecco la ricetta!

ingredienti
Prugne 400 gr (anche qualcosina di meno ;-))
farina integrale 100 gr
zucchero di canna in cristalli 100 gr
mandorle tritate finemente 100 gr
burro 80 gr
uova 2
lievito per dolci 1 cucchiaino
sale
per la tortiera: 1 noce di burro +zucchero di canna

Lavorare il burro morbido con lozucchero, aggiungere la farina di mandorle, e poi le uova,incorporandole una ad una.
Aggiungere la farina setacciata con illievito e il sale.
Versare questo composto nella tortiera (diametro 22-24 cm) imburrata e cosparsa con dello zucchero di canna. Aggiungere,premendo un po’, le prugne tagliate in quarti (o a metà, a seconda della grandezza di queste...).
Infornare a 180° per circa 45minuti.




Vi auguro una buonissima settimana, e mi permetto di lincarvi qualche altra ricetta a base di prugne, per chi come me in questo periodo dell'anno non può fare a meno di metterle ovunque...


confettura di prugne e vaniglia (la mia preferita in assoluto)



venerdì 14 settembre 2012

Pasticcio ai mirtilli


Allora, nonostante la pioggia e le temperature decisamente più autunnali (anzi forse proprio per questo!), io la settimana la finirei proseguendo sul mood dolce-rustico-selvatico...
Che poi a settembre faccio sempre così, mi tengo "in saccoccia" un po' di "scamopoli" di bella stagione, per cercare di prolungare il più possibile l'estate, o, forse meglio, tentare di accorciare il lungo inverno.
Per esempio: tengo i sandali finchè non piove (genio, dato che io sono una a cui le stremità si gelano da settembre a maggio!), cerco di andare al mare finchè è calduccio, cerco di mettermi il fondotinta in assolùùùùùto il più tardi possibile (e anche qui, una cadaverica come me, se avesse sale in zucca, non aspetterebbe di essere color della carta per intervenire - come se avesse effetti, il suddetto, sulla mia carnagione!), e magari, quando riprendo con i ritmi "autunnali" del forno, mi piace farlo soprattutto per improvvisare, chenesò, un bel crumble con la frutta di fine estate... XD
Ah, certo. C'è l'eccezione però che conferma (o smentisce?) la regola: non aspetto a tirare fuori i gomitoli di lana. Ma quello solo perchè non li ho mai riposti per tutto l'anno, suscitando, estati dopo estati, l'ennesimo scalpore dell'ennesimo vicino di ombrellone, e l'ennesima vergogna di mia sorella piccola che a volte vedo quasi mimetizzarsi "dentro" la sdraio se qualche signora (di una certa età) mi fa domande, o scaldarsi sempre un po' (sorelle protettive), se qualche giovanotto attacca bottone chiedendo se "quella lì è proprio lana? Ma lana-lana?"...

Questo attegguamento spiega perchèi i piccoli frutti selvatici in questo periodo dell'anno in cui io sono ancora ben malinconicamente attaccata all'estate (ecco perchè adoro settembre!!! sarò un filino crepuscolare???) per me sono come il frutto-logo, il simbolo del passaggio dall'ombrellone all'ombrellino, dal telo da spiaggia alla copertina sul divano, dal gelato al brownie...
E poi mi fanno pensare a quel mondo tutto speciale che c'è tra il bordo del bosco e il campo, o la strada: il rovo, ovvero la "nursery" del bosco... Lo sapevate che viene definita così perchè le spine impediscono ai piccoli animali di cibarsi dei frutti e/o i semi caduti dagli alberi di bordo bosco e permette a quest'ultimo di "avanzare"?



Insomma, che i piccoli frutti spontanei mi piacciono mi sa che si è capito, anche perchè è da fine agosto che vi propino more e lamponi...
E poi ci sono gli adorati mirtilli, che hanno fatto capolino sul blog in questo periodo dell'anno anche in passato...

C'è una torta in particolare, che mi innamora da anni, mi ci perdo dietro da quando l'ho vista ormai parecchio tempo fa in un libro di Mary Berry, e che non avevo mai osato fare perchè non mi capita tutti i giorni di fare incetta di mirtilli nei boschi...
Dopotutto in una torta così non è che ce ne vano 2 in croce eh?), e per acqistare 500 grammi di mirtilli ci vuole un mutuo (se te lo danno ;-)).
Insomma corteggia che ti corteggia, rimanda che ti rimanda, avevo quasi rinunciato, quando qualche giorno fa mi sono trovata in un meraviglioso mercato contadino nella campagna lucchese, e lì l'occhio di falco di mia sorella, che li adora come me, non li ha avvistati dalla lunga distanza (cosa che invece il mio occhi di talpa non avrebbe potuto...).
A quel punto abbiamo fatto incetta di questi preziosi frutti, raccolti a mano dalla persona che li vendeva (assolutamente a poco rispetto ai prezzi del supermercato) e soprattutto PICCOLI-piccoli, e visivamente molto "selvatici".

Quindi ecco finalmente la ricetta, si tratta di un pasticcio alla frutta con il guscio croccante.
È una torta dall'aspetto rustico, quasi ruvida, e dal sapore semplice.
È lussuosa, come molte cose semplici, e buonissima.
È anche bella, di quel bello che fa parte dell'approssimazione più che della perfezione di esecuzione, come una torta che si improvvisa un pomeriggio, con la frolla di sopra magari un po' spezzettata e il bordo tutto storto, da far fare ai bambini... ;).

In realtà non le avevo foto vere e proprie. Era così "rilassata" che quasi mi pareva di rovinare tutto mettendomi ad imprecare (ah, meravigliosa routine! ;)). Allora quella che vedete qua sopra è una foto fatta senza troppi "crismi", a metà tra il rubato e lo svogliato, mentre su instagram ci sono un paio di "istantanee", che forse rendono un po' meglio la sensazione di questa torta, che avevo tanta voglia di condividere con voi!! ;)

fotina della torta intera, QUI 
fotina dei bellissimi mirtilli, QUI 

Ingredienti (mio riadattamento delle dosi si Mary Berry)
Per la frolla
200gr farina
sale
100gr burro
1 uovo
2 cucchiai di zucchero di canna in cristalli + 1 per spolverizzare la superficie del dolce

Per il ripieno
500gr di mirtilli (io ne avevo un po' di meno, ed è andata bene lo stesso! ;))
2 cucchiai di zucchero di canna
scorza di limone bio grattugiata
10 gr di burro

Preparare una frolla mescolando farina, sale e uovo con un cucchiaio di legno, poi lavorandola brevemente con la punta delle dita fino ad ottenere delle briciole.
Aggiungere il burro freddo a fiocchetti e lo zucchero. Impastare brevemente fino ad ottenere una palla compatta (aggiungere eventualmente poca acqua se l'impasto rimane secco), da dividere in due parti, delle quali una un po' più grande dell'altra.
Far riposare in frigo mezz'ora.
Stendere l'impasto più grande e foderarvi il fondo di una teglia da 20 (va bene anche 22) cm rivestita di carta da forno (io non l'ho messa nemmeno, ma la mia teglia era in ceramica e quindi poi ho tagliato le fette direttamente là dentro...).
Stendere l'impasto più piccolo e tenere da parte.
Mescolare delicatamente in una ciotola i mirtilli con lo zucchero e la scorzetta del limone e riempirvi il guscio di frolla.
Spargere i 10gr di burro, a pezzettini, sul composto ai mirtilli, e foderare con il secondo disco di pasta.
Fissare il bordo come più vi piace (arrotolandolo un po', o pigiandolo con i rebbi di una forchetta, o decorandolo con dei ritagli della stessa pasta...).
Incidere a croce il disco di pasta superiore, e "aprire" i quattro "pizzi" che sono risultati dal taglio, in modo da formare una finestrella quadrata...
Cospargere la superficie con il restante cucchiaio di zucchero di canna in cristalli e cuocere in forno caldo a 220°C per 15', poi abbassare il forno a 200°C e proseguire la cottura per 10' o finchè non è bella dorata....

mercoledì 12 settembre 2012

picnic settembrini, sorelle, una crostata e un portatorte...

Una delle cose più belle della fine degli ultimi giorni di vacanza, in città, è stata la venuta a Roma di mia sorella piccola.
Non c'è niente di me di più bello e calmante, rilassante e "curativo" (a seconda dei casi, delle occasioni e delle necessità) che stare con le mie sorelle. Dico spesso a loro e ai miei genitori che essere stata dotata di "sorellame" per me è la più grande ricchezza che loro avessero mai potuto tramandarci.
Mi rendo conto che questa frase potrebbe risultare ridondante e retorica, ma il fatto è che è proprio così: sapere di avere sorelle, anche se distanti (dato che in questo momento ci troviamo una nel Lazio, una in Toscana e una nelle Marche), ti rende secondo me intrinsecamente mai solo.
E poi quando ci vediamo è tutto così strepitosamente bello, anche se si tratta di qualche passeggiata nella Roma di fine estate e di una semplice quotidianità casalinga: sveglia, compiti di inglese, pulire la cucina, scrivere un post, chiacchierare, preparare il pranzo e poi guardare un filmetto dopo aver mangiato, e poi nel pomeriggio qualche scorribanda in un parco, come per esempio una merenda pic-nic, a base di bevande alla frutta e una crostata, di quelle semplici come le fa nostra mamma, con la frolla "dell'Artusi" e una marmellata di ciliegie fatta da lei, e impacchettata e infilata quasi di nascosto nella valigia della sottoscritta in uno degli ultimi viaggi dalle Marche al Lazio...




Poi c'è la questione dell'impacchettamento, la passione per la cucina o il lavoro a maglia (anche qui a seconda dei casi), e la mia recente mania di confezionare cappottini per le cose da mangiare...
Prima (verso Natale scorso, anche se "i lavori" erano iniziati quasi un anno prima) i capotti per i biscotti, che in realtà sono degli astuccetti ma che alla sottoscritta piace immaginare come contenitori per un regalo biscottoso; poi, quelli che ad un occhio inesperto possono sembrare dei semplici portaferri ma che in realtà sono nati (secondo la visione della sottoscritta, anche se in realtà non ve l'ho mai nemmeno confessato) come anche porta-cookies.

Quindi, tempo fa, non ho potuto fare e meno di pensare di realizzare dei portatorte (dato che io stessa sto sempre lì a trasportare torte in autobus, macchina, e - lo confesso - anche treno!) da usare anche per i picnic, e che si potessero a loro volta trasformare in borsette da picnic a due scomparti.




Si tratta in sostanza di un contenitore di cotone a fiorellini fuori, e rosso ciliegia dentro, inframezzati da uno strato di "mollettone" (che lo rende robusto e morbido al tempo stesso), chiuso "a busta" e con la possibilità di essere portato con sé sia con manici lunghi che con manici corti.
Il tutto è un'invenzione (non il portatorte, il cui modello credo sia ormai piuttosto comune, ma, diciamo, la trasformazione di questo! ;-)) della sottoscritta, e siccome a spiegarlo è piuttosto contorto, eh-uhm, io vi avrei fatto un disegnetto che ho avuto anche il coraggio di allegare qui di seguito... ;)
I suddetti manici si possono togliere o mettere grazie a degli automatici, la cui posizione è stata (da me!!! ;)) calibrata in modo che gli stessi possano essere utilizzati per chiudere la borsa su se stessa e diventare una bustina rettangolare a due scomparti da usare per tenere le piccole cose utili in un picnic, o anche altro!
Oppure che ne so, uno va al picnic con una torta cotta in uno stampo usa e getta (magari di quelli biodegradabili! ;-)) e al ritorno, dopo essersela pappata, la torta, vuole usare la borsetta per riporre le cose utilizzate nel picnic, e allora toglie la cinghia grande ed usa gli automatici con cui questa era attaccata al portatorte per piegarla in due e fermarla a borsetta, quindi mette i manichetti corti, e via!



Vabè, dopo aver parlato per secoli e secoli, e con malcelato orgoglio, dell'ultimo aggeggio cucito dalla Vaniglia e inserito fresco-fresco nello shop Etsy, voi adesso magari vorreste, per esempio, la ricetta della crostata.
Che sembra banale, ma non lo è nemmeno tanto.
Una ricetta di crostata classica, per la colazione della mattina e la merenda pomeridiana dei bimbi, per un picnic fra sorelle appunto, o un pomeriggio con le amiche, è una di quelle cose che dovresti avere sulla punta delle dita, che dovresti decantare a memoria, eppure a forza di ricettine francesi e torte alla birra a volte ti dimentichi anche delle sacre ricette della mamma.
E allora, dato che su questo blog le ricette della mamma spopolano, quella della crostata ve la scrivo subito (sì, dopo 4340 battute! ;-) ).

crostata alle ciliegie (con frolla B tratta da La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene)
ingredienti 
250g farina 00
125g burro
110g zucchero semolato
1 uovo intero + 1 tuorlo (io avevo due uova piccole, le ho usate intere)
1 barattolo di marmellata di ciliegie

Farina a fontana. Formare una cavità al centro e versarvi le uova.
Sopra il burro freddo a fiocchetti e lo zucchero.
Mescolare aiutandosi con una forchetta per intridere la pasta (io cerco di "scaldarla" con le mani il meno possibile per evitare che si bruci), fino a che gli ingredienti non si tengono bene insieme.
Formare con la frolla così ottenuta due palle di cui una leggermente più grande.
Schiacciarle leggermente entrambe e far riposare in frigo per almeno un'ora.
Stendere su un ripiano leggermente infarinato la "palla" più grande, e foderarvi, con l'aiuto di un disco di carta da forno, una teglia da crostate diametro 22-24 cm.
Forare la frolla con una forchetta e riporre in frigo.
Accendere il forno a 180°C.
Con la pasta restante formare dei pezzetti da arrotolare per creare il graticcio della crostata.
Cuocere la base della crostata "in bianco", ovvero coperta con un foglio di carta da forno riempita con pesi da cucina o legumi secchi, per 15'-20'.
Tirare fuori il guscio della crostata, distribuirvi la marmellata e ricoprire con le strisce di frolla.
Continuare la cottura per altri 15'-20', o finché la frolla non è dorata, sempre a 180°C.






lunedì 10 settembre 2012

pizza con con melanzane grigliate, origano e caciocavallo podolico (lievitata con pasta madre :))

Vi siete mai chiesti perchè pur panificando a bomba, rinfrescando pasta madre dalla mattina alla sera, cuocendo brioches di tutte le latitudini, miss Vaniglia non abbia mai postato una pizza a lievitazione naturale?
IO sì.
E mi sono data due risposte.
La prima è che faccio fatica a fotografarla, la pizza.
Anzi io fatico a fotografare tutto quello che è tagliato (e una pizza intera proprio non ci sta sul mio davanzaletto-set fotografico). Comincio ad inclinarmi pericolosamente davanti al piatto fino a sentire dolore in ogni punto della schiena senza aver trovato un angolo visuale che si addica al mio sguardo, poi perdo la pazienza quasi subito, e finisco sempre per pensare che la visuale frontale sia la migliore (colpa di Gaspard Monge, del metodo delle doppie proiezioni ortogonali e tutto il resto), così mia testa cerca una vera e propria "sezione" di quella cosa, e sapendo che questa in natura non esiste, e dopo aver provato ad accontentarmi di qualcosa che forse potrebbe essere più vicino al reale (che ne so, tipo delle sezioni prospettiche?) fino allo sfinimento, getto la spugna e comincio a girare per casa imbronciata.
Qualche giorno fa lavando i piatti mi è caduto un piattino bianco da dessert che si è spaccato in due in modo così perfetto che invece di rammaricarmi per la perdita ho cominciato a pensare di quanto sarebbe stato utile per fotografare una qualche sezione di qualche cibo... (???).
Ho impiagato qualche minuto per rinsavire e decidere di buttarlo.
Insomma, per sintetizzare (e se serve una sintesi prima della foto per essere lunedì stiamo già messi male) la prima risposta è che non so fotografare le cose tagliate, e perdo la pazienza e una pizza intera in cima al mi davanzale non ci sta.
La seconda risposta è che non avevo mai prestato attenzione alle dosi.
Alla fine la pizza si faceva praticamente senza pesare usando la quantità di pasta madre che mi veniva utile utilizzare per procedere ad un ordinato smaltimento di quest'ultima.
Quindi come capita capita e poche storie.
E poi la pizza si fa sempre di sera e quindi solita tiritera delle foto.
Poi ultimamente, dato che l'impasto mi cominciava a venire proprio buono, ho cominciato a pensare che sul blog in effetti mancava, che magari avrei potuto provare a prendermi un paio di appunti mentre stavo impastando, e che insomma, sì, potevo un attimino sprecarmi a fare la pizza a pranzo per una volta, che tanto il povero Patou per questo blog ha mangiato in fondo a tutte le ore cristiane e meno cristiane, e che quindi potevamo fare entrambi un ulteriore piccolo sforzo.. ;)



Ora che ho fatto le mie "pesate" son tre volte che faccio la pizza in questo modo, e vi confesso che ne sono molto molto entusiasta.
Quindi vi metto la mia supertestata ricetta di pizza con pasta madre, con un paio di ingredienti d'eccezione, così perfetti per la fine dell'estate... La melanzana grigliata ed il caciocavallo (podolico, lucano, melfitano in questo caso specifico, che ci son certi sapori della nostra infanzia che non si cancellerebbero manco a cannonate dalla memoria del nostro palato... mai :))

pizzette con melanzane grigliate, mozzarella, caciocavallo e origano
ingredienti per una teglia o 8-10 pizzette

400 gr di farina di forza
200 gr di acqua tiepida
140 gr di pasta madre rinfrescata la sera prima
3-4 cucchiai di olio
1 pizzico di sale
200 gr di mozzarella
80 gr di caciocavallo piccante
1 melanzana grande viola
sale grosso
sale, olio, origano

Sciogliere la pasta madre (che deve essere a temperatura ambiente) nell'acqua tiepida, poi aggiungerla (sulla spianatoia o nell'impastatrice) alla farina e cominciare ad impastare. Quando l'impasto comincia a formarsi aggiungere l'olio, poi, alla fine, ovvero dopo una decina di minuti circa, il sale.
Procedere finché la massa non diventa morbida ed elastica e non si stacca bene dalle mani o dalle pareti dell'impastatrice, aggiungendo poca acqua o poca farina nel caso l'impasto risulti troppo duro o troppo appiccicoso.
Incidere a croce, coprire con un canovaccio pulito ed inumidito e riporre in un luogo tiepido o protetto dalle correnti (io uso il forno con la sola lucina accesa).
Far lievitare circa 4 ore o finché l'impasto non è raddoppiato*.
Nel frattempo tagliare la melanzana lavata a fettine sottili, e distribuire queste ultime in un piatto, a strati, cospargendo ogni strato con del sale grosso e coprendo l'ultimo strato con un piatto.
Mettere un peso sopra al piatto che fa da coperchio e tenere da parte.
Dividere l'impasto in 8 o 10 palline e stendere ciascuna di queste con il mattarello allo spessore di 1 cm (oppure stendere l'impasto alto 1 cm).
Forare le pizzette con una forchetta e far lievitare ancora 1-2 ore.
Durante questa seconda lievitazione scolare le melanzane che nel frattempo avranno prodotto un'acquetta nera (questa operazione serve ad eliminare l'amaro alle melanzane e ne facilita la cottura), sciacquarle ed asciugarle bene, poi cuocerle in una padella antiaderente con un filo di olio (io ho usato una padella in ghisa), trasferendole man mano in un piatto foderato di carta assorbente e salandole.
Tagliare la mozzarella a cubetti.
Grattugiare il caciocavallo nella grattugia a fori larghi.
Mescolare in una coppetta due cucchiai di olio con due cucchiai di acqua, ed usare questa emulsione per spennellare la superficie delle pizzette.
Cuocere le basi delle pizzette in forno già caldo a 220°C per 10-15', poi tirare fuori le pizzette e condirle con la metà della mozzarella, uno strato di melanzane, una spolverata di caciocavallo (un 50 gr), un secondo strato di melanzane, la seconda metà della mozzarella a cubetti e l'origano.
Spennellare col resto dell'emulsione di acqua e olio i bordi della pizza e rimettere in forno per altri 10-15 minuti, o finché i bordi delle pizza non saranno dorati.
Appena uscite dal forno aggiungere condire con un filo d'olio ed aggiungere il resto del caciocavallo.
Servire calda.

E' buonissima, io ne vado proprio orgogliosa :)

__________________________________________________________
*mi è capitato una volta di aver impastato e poi aver realizzato che la sera non avrei potuto preparare la pizza: a quel punto ho tenuto la massa al caldo solo la prima mezz'oretta, poi l'ho riposta in frigo per un giorno intero e l'ho riportata a temperatura ambiente il pomeriggio successivo, facendola crescere ancora un bel po' a temperatura ambiente oltre a quanto non avesse già fatto lei di suo, lentamente, in frigo. Poi ho proceduto come nulla fosse :)




venerdì 7 settembre 2012

racconti della montagna #2: outdoor recipe, i canederli

 

Dunque in sostanza dicevamo, nelle nostre (chissà perchè poi parlo plurale, che poi sa pure un po' di Ventennio) ordinarie follìe, di cui all'ultimo post, che esistono ricette “da esterni” e ricette “da interni”.

E mentre i soffici e dolci e lievitati buchteln sono in tutta evidenza (;-P) una ricetta da interni, i rustici e saporosi canederli in brodo sono per me una ricetta da esterni.

Ora o mi rendo conto della totale mancanza di oggettività di tali tipologie, dato che i primi, per esempio, possono essere comodamente mangiati in un picnic di alta quota (quindi all'aperto) mentre i secondi assolutamente NO.

Ppperò, essendo il mio metro di giudizio un altro, ovvero diciamo in questo caso non tanto funzionale quanto emozionale, mentre i buchteln mi rimandano, come vi accennavo, alle pigre colazioni in veranda, o all'idea della lettura di un libro al caldo di una coperttina e di un paio di calzettoni di lana lavorati a mano, i canederli mi fanno pensare ad un pasto caldo, semplice e sano che ti rimette in sesto alla fine di una giornata passata all'aperto, in mezzo ai boschi, o camminando per raggiungere una vetta.

In più a me piacciono da matti anche come concetto, e questi in particolare, perchè in sostanza sono delle polpette di pane raffermo, l'apice della cucina antispreco ;).

Ne esistono di tutti i tipi, con speck, spinaci, grano saraceno, funghi porcini e/o formaggio, insomma il canederlo è universale, ;-) ma dato che io non ne avevo ancora mai cucinati, ho deciso di iniziare dalla versione più semplice e minimale.

 
Anche in questo caso mi sono riferita al libro della Kompatscher (che comprende anche le ricette degli altri “gusti” nominati), però, dato che amo tantissimo questo piatto (e che ho deciso che diventerò il cugino delle tanto amate da Vaniglia zuppette fumanti per l'inverno quando arriverà), sto facendo un pensierino anche sul libro degli amici Calycanti(perchè conoscendo i tipi, e dopo aver tanto amato il loro sulle torte di mele , di cui vi avevo parlato anche qui e in occasione di questa tortina, direi, come se dice a Roma, che deve da esse' comprato!).

 
Intanto per oggi vi lascio con il primo dei miei esperimenti, più qualche fotina “di esterni” di montagna, chissà che in questo primo week-end di settembre non vi venga voglia di un miniritorno alla vacanza e non riusciate a scappare da qualche parte a fare una passeggiatina!
 
Canederli di magro in brodo (per 4 persone, abbondanti)
ingredienti
300 g di pane bianco raffermo
60 g di burro
mezzo bicchiere di latte (o più, q.b.)
3 uova
un cucchiaio di prezzemolo tritato
sale, noce moscata
una piccola cipolla
una noce di burro
un cucchiaio di farina
1 litro di brodo
Tagliare a dadini piccoli (magari anche sbriciolarlo, i miei alla fine erano troppo grossi e i canederli quindi rimanevano fragili in cottura) e soffriggerlo brevemente nel burro.
Sbattere energicamente le uova con il latte e versare sul pane. Aggiungere il sale, il prezzemolo e un pizzico di noce moscata. Tritare sottilmente la cipolla, poi farla dorare nel burro ed unirla al pane. Far riposare per mezzora. Incorporare la farina. Con il composto formare dei piccoli canederli (io ho fatto delle polpettine di circa 4 cm di diametro) e porli nell'acqua bollente precedentemente salata. Far bollire per 15'. Servire in brodo caldo.
(io li ho cotti direttamente nel brodo, però a pensarci bene in montagna ce li servivano “separatamente”, cioè, li univano alla fine...).
Vi auguro veramente un bellissimo finesettimana, che sia un degno” richiamino” dell'estate, o l'inizio dell'estate per chi in cavanza ancora non c'è stato!

;)
 



mercoledì 5 settembre 2012

racconti della montagna #1: indoor recipe, i buchteln

Avrei voluto raccontarvi dei nostri 5 giorni di montagna appena rientrata, o meglio appena riaperto il blog, però era veramente troppo caldo, e dato che la montagna significa oltre che paesaggi mozzafiato e ricettine dolomitiche, anche giubbini, camice di flanella a scacchi, scarponi, copertine e piumini, colazioni in veranda col freddino della mattina che sferza via la notte e il torpore, non mi sentivo per niente ispirata a scrivere coi 40°C romani sul groppone.
Quindi sono andata un po' a rovescio e la scorsa settimana vi ho raccontato, attraverso le ricette, la seconda parte delle ferie, quella metropolitana, di bevande pomeridiane e cotture al forno in notturna, mentre questa settimana pare finalmente che si possa parlare anche di qualche cibo più sostanzioso, oltre che delle sopradette (più) basse temperature....


Dovete sapere infatti che fino a 5 anni fa io non ero mai stata in montagna. Quella a nord delle Alpi per intenderci, e la mia esperienza montanara si fermava alle meravigliose passeggiate appenniniche che faccio qualche volta in quel di marche e/o umbria.
Poi qualche anno fa, per puro caso, mi è capitato di scoprire un posto meraviglioso che si trova in mezzo ai boschi in Val d'Isarco, a 1300 m di quota, che si può raggiungere solo a piedi (o con un taxi-jeep dal paese più vicino), e la cui struttura di pensione-rifugio risale a fine Ottocento e della quale le successive ristrutturazioni hanno rispettato e valorizzato lo stile, la natura e il carattere del posto.
E' un posto bellissimo, per come lo intendo io. Niente tivù o internet, niente giornali, niente bagni in camera (ma sempre puliti e perfetti in ciascuno dei due piani che costituiscono la pensione), poche stanze, pochi colori, niente ammiccamenti turistici, o insegne, o gerani alle finestre (con tutto che io non ho nulla contro i gerani alle finestre eh? ;)). Intonaco di calce, legno, cotone e fori di campo. Laghetto artificiale di acqua ghiacciata a bordo bosco, nella radura avanti alla pensione. Cucina delle dolomiti.
Quando io e Monsieur Patou decidiamo di andare qualche giorno in montagna per rimetterci in sesto, andiamo lì: prendiamo il treno fino a Ponte Gardema, e poi proseguiamo coi nostri bravi zainetti salendo 900 metri fino allo nostro amato posto (ogni volta che lo faccio giuro a me stessa che sarà l'ultima! perchè andare in macchina e poi fare l'ultimo tratto in taxi non se ne parla proprio :)), e poi da lì, i giorni successivi, ce ne andiamo a fare i giretti per le montagne (anche in questo caso ogni anno mi giuro che è l'ultima volta, poi quando ce la faccio mi ringalluzzisco e penso, che sì, in effetti, ancora sepoffà... ;))).


Al mio primo soggiorno in montagna, cinque anni fa appunto, risale anche il primo assaggio di questa delizia lievitata che nella cucina delle dolomiti viene servita accompagnata da crema di latte e prende il nome di Buchteln.
Io ovviamente ne sono rimasta folgorata fin dalla prima volta, e da allora ogni tanto allieta le nostre colazioni.

E' la ricetta dell'interno, perchè mi fa pensare ad un attimo di relax la mattina a colazione o un pomeriggio pigro quando fuori piove e si è costretti a leggere un buon libro in veranda, coi calzettoni di lana e un golfino sulle spalle.
Al prossimo post altra ricetta e seconda parte delle foto, quelle del fuori.. ;)

Questa è la mia personale versione con pasta madre, e in calce vi metto dosi e tempi della mia "vecchia" ricetta di quando usavo il lievito di birra, che avevo tratto dal libro La cucina nelle Dolomiti, di Anneliese Kompatscher, di cui vi avevo già parlato qui, e che a mio parere rimane un libretto veramente unico e affidabile in materia (nonostante a Bolzano abbia visitato due-tre librerie alla ricerca di ricette autoctone).

ingredienti (per circa 18-20 buchteln)
600gr farina (di cui metà di forza)
280gr pasta madre
200gr latte
90gr burro
90gr zucchero
scorza grattugiata di mezzo limone non trattato
2 uova
50gr burro
marmellata* per il ripieno

Sciogliere il lievito nel latte e tenere da parte.
Mescolare il burro morbido con lo zucchero, la scorzetta del limone, aggiungendo poi le uova e mescolando bene.
Mettere la farina a fontana (o usare l'impastatrice), praticarvi un buco al centro e versarvi il lievito, cominciando ad impastare, e poi il composto di uova.
Impastare bene e a lungo, finchè l'impasto non si stacca dalle mani o dalle pareti della ciotola dell'impastatrice (aggiustare se necessario aggiungendo poco latte o poca farina a seconda che l'impasto si presenti troppo secco o troppo appiccicoso).
Lasciar lievitare almeno 4 ore, o finchè l'impasto non è raddoppiato.
A questo punto stendere la pasta allo spessore di 2 cm, e fondere il burro, poi ritagliare dei quadrati di lato circa 6-8 cm di lato, e disporre su ciascun quadrato un cucchiaino del ripieno prescelto (o anche nulla, sono buonissimi anche semplici), e poi unire gli angoli dei quadrati, in modo da formare dei fagottini da immergere ad uno ad uno nel burro fuso ed affiancare i buchteln uno accanto all'altro con "le zampe in giù", ovvero con la parte liscia e panciuta (ed imburrata) in alto.
Lasciar lievitare finchè non raddoppiano di volume (per un paio d'ore circa), poi cuocere in forno caldo a 200°C per 30-40', finchè non sono dorati.

*o crema di nocciole, o pasta di mandorle, o anche niente (io ci ho messo la creme de calissons, questa volta!)


dosi per procedere senza pasta madre

ingredienti (ricetta tratta dal libro La cucina nelle Dolomiti)

500gr farina (di cui metà di forza)
28gr lievito di birra
1 bicchiere di latte
70gr burro
70gr zucchero
scorza grattugiata di mezzo limone non trattato
2 uova
100gr burro (a me paiono francamente troppi, io ne uso la metà esatta)
marmellata* per il ripieno

procedere come sopra, facendo lievitare la prima volta un'oretta, la seconda una mezz'ora.


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...