giovedì 27 dicembre 2012

Spaghetti al salmone affumicato e aneto con gamberi saltati al brandy


(per le cene natalizie tra amici!)

Amici, buongiorno a tutti e buonissime Feste iniziate!
Io mi sto lentamente riprendendo dal famigerato mese di dicembre e sto cercando di ricaricare le pile il più possibile. Anzi a dirla tutta la vacanza vera e propria inizia adesso, e per qualche giorno (ma giusto pochi, perchè ci rivediamo i primissimi di gennaio! ;)) il bloghino resterà chiuso per parigitudine (ehsssì, avete capito bene, quella città lì :))
Voi vi prego però nel frattempo fatemi contenta ed oggi ditemi prima di tutto che avete in casa del salmone.
Il cosiddetto « salmone che avanza e non so mai bene cosa farci, dopo le tartine della sera di Natale! ». Che poi che « avanzi » non ci ha mai creduto nessuno, ma tant'è: io da quatto anni a questa parte, ovvero da quando ho un blog di cucina, il giorno dopo di Natale sto lì che mi scervello a trovare un'idea per come utilizzare il salmone anche in altri modo, ed ogni anno mi tengo in testa la mia bella domanda senza trovarle una risposta che sia degna.
Ed invece quest'oggi no, oggi con il salmone che avete trovato (speriamo! ;-P) nei cesti natalizi o che avete acquistato ma non ancora mangiato tutto, ci facciamo una pasta veloce ma al tempo stesso tremendamente chic, che associa al sapore del salmone e dell'aneto quello dei gamberi saltati al brandy, il giusto che serve a rendere tutto dorato come questi giorni speciali che vanno da Natale a Capodanno, e che secondo me costituisce un primo piatto perfetto per una pasta tra amici vestita un po' elegante proprio per questi giorni di festa.




A questo punto aggiungo solo che forse capiteranno qui delle persone giunte dal numero di gennaio de La Cucina Italiana, che esce in edicola proprio oggi e alle quali mi piace dare il benvenuto nel blog con questo piatto grazie all'invito degli amici della pasta Delverde (vi ricordate? Avevamo già parlato di loro qui) che mi hanno chiesto di raccontare a tutti quale fosse il mio "segreto di pasta", e se mi andava per l'occasione di creare una ricetta che fosse veicolata dalla rivista fino a qui, nel mio bloghino!!!!! Così oggi la piccola Vaniglia è ospite fra le pagine di questa famosa rivista proprio con l'incipit della ricetta che state leggendo.

Allora ecco, il mio segreto di pasta sono gli ingredienti: pochi e di qualità. E dato che gennaio inizia con l’oro in bocca, con il sapore del Natale e l’anno nuovo alle porte, ho pensato di vestire a festa gli spaghetti Delverde grazie al salmone con l'aneto, ai gamberi e al brandy.

Vi scrivo la ricetta anche qua sotto, e vi assicuro che ci vuole più a leggerla che a cucinarla...
Le quantità sono generose, come vedete: sono da festa! ;)

spaghetti al salmone affumicato e aneto con gamberi saltati al brandy
ingredienti per 6-8 persone
600 gr di spaghetti
100 gr di salmone affumicato
1 mazzetto di aneto fresco
2 scalogni
mezzo chilo di gamberi freschissimi
1 bicchiere abbondante di brandy
olio sale pepe (facoltativo)

Mettere in una padella con un filo d'olio gli scalogni tritati sottilmente insieme all'aneto, lasciar rosolare qualche minuto, poi aggiungere il salmone tagliato a pezzettini e cuocere 4-5 minuti, salare leggermente poi mettere da parte.
Nel frattempo lavare bene i gamberi e farli rosolare da ambo i lati in un'ampia padella antiaderente per qualche minuto, finchè non sono ben dorati.
A questo punto sfumare con il brandy, e lasciar sobbollire a fiamma media, in modo che quest'ultimo evapori solo un poco, e nella padella rimanga un leggero sughetto (aggiungere se occorre poca acqua di cottura della pasta). Salare leggermente e mettere da parte.
Cuocere la pasta e scolarla al dente ancora grondante della sua acqua di cottura, poi raccoglierla nella padella dei gaberi insieme al salmone all'aneto, e saltarla per uno o due minuti a fuoco vivo, aggiungendo se occorre poco olio d'oliva. Servire subito.


lunedì 24 dicembre 2012

dolce di Natale con uvette e brandy

(.... di quelle che si possono impacchettare, e regalare!)

Sì, mi rendo conto che quest'anno non ho avuto un supertempismo, con i regali edibili... E questo mi ritardo sul blog riflette fedelmente quello nella "vita reale" (come se il blog non lo fosse!!?)...
Insomma, oggi è il 24 dicembre e sono un tantinello in ritardo con tutte le piacevoli incombenze prenatalizie!!!



Queste tortine però le ho fatte, e stavo pensando che anche voi tutto sommato potreste, non necessitano nemmeno di ingredienti strani o difficili da reperire... E poi un presente può far sempre comodo, in una di queste serate che spero potrete passare in compagnia di amici e parenti.
Sono perfette secondo me da impacchettare, in diversi formati, come potete vedere, grazie la loro consistenza compatta, e perfette anche come regalo "da uomo". Non so voi, ma io vado in crisi ogni volta che si tratta di scegliere un regalo "da maschi"... direi dai due anni in su. Dev'essere perchè la mia famiglia è giusto un tantino piena di donne!
Beh, queste tortine risolveranno tutti i vostri problemi.
Quasi tutti, perchè ai bimbi maschi il dolcetto al brandy veramente non lo consiglierei...
Però, per quelli da una certa età in su, questo dolce mi sembra prorio adatto.
Forse per l'aspetto "senza fronzoli", e per il sapore morbido e deciso al tempo stesso.
Insomma dicevamo, consistenza compatta e profumata di frutta secca, cannella (siamo molto ma molto nordici eh, in questi ultimi post... ;)), e sapore di brandy, uno dei liquori che più mi fa pensare alle feste natalizie...
Un'altra cosa bella di questa torta, è che il brandy non intride la pasta, ma il suo sapore rimane circoscritto all'uvetta, grazie all'ammollo in questo liquore per una intera nottata...



L'ispirazione per la ricetta viene appunto da un libro di Donna Hay tutto sul Natale, che avevo regalato a mia momy qualche anno fa, e di cui vi avevo già parlato qui.
Donna Hay prevede l'utilizzo in questo dolce anche di datteri e mandorle a lamelle, ma io ho preferito non appesantirlo troppo, una volta visualizzata la massa della frutta secca che stavo impiegando, e, tanto per esagerare, dato che è festa, ho leggermente aumentato le dosi di brandy che serviva ad "ubriacare" la frutta, e, come al solito, diminuito (ma solo un poco) la quantità di zucchero...
Ah, e poi ho aumentato sensibilmente il bicarbonato, da 1/4 di cucchiaino ad uno (la massa di frutta, anche se da me sensibilmente ridotta, mi pareva ancora troppa rispetto al resto... ;)
Ecco a voi il risultato, a casa mia è piaciuto a tutti, vi consiglio proprio di provarla, e anzi se vi va di divertirvi, potete cuocere l'impasto in diversi stampi, in modi da poter regalare sia una torta intera magari racchiusa in una bella scatola tonda, sia delle mono porzioni (io ho usato stampi da tortine) incartate ed infiocchettate benbene per l'occasione, e magari pure decorate! ;)
Altra idea che trovo molto carina, è quella di cuocerle in semplici ramequins in ceramica, da incartare, chessò, anche con una carta trasparente, e regalare all'amico/amica patita di cucina, con lo stampino incorporato!

Ecco a voi la ricetta, ricordate di diminuire i tempi di cottura se usate (come me) stampi più piccoli di quello indicato...

dolce di frutta secca e brandy
500 gr uvetta sultanina
250 gr uvetta di Corinto
200 ml di brandy
250 gr di burro morbido
220 gr zucchero di canna (io ho usato quello in cristalli)
4 uova
280 gr di farina
1 cucchiaino di bicarbonato di sodio
1 cucchiaino di cannella in polvere
2, 3 cucchiai di brandy, in più

Mettere tutta la frutta in una ciotola e versarci sopra il brandy.
Coprire e lasciar riposare almeno una notte intera.
Il giorno successivo scaldare il forno a 140°C.
Nel frattempo sbattere il burro e lo zucchero con le fruste elettriche. Aggiungere le uova poco alla volta continuando a sbattere.
Aggiungere al composto la frutta, la farina, il bicarbonato e la cannella.
Rivestire di carta da forno una teglia quadrata di 20 cm di lato.
Infornare e cuocere per due ore.
Cospargere del restante brandy immediatamente appena sfornata.
Lasciar freddare poi sformate.

Vi auguro un fantastico Natale, con tutto il cuore!








venerdì 21 dicembre 2012

La torta scura che sapeva di nord, di mele e di inverno: Makowiec

Mi sembra di essere mancata da secoli, eppure l'ultimo post risale solo a lunedì.
Sto scrivendo mezza stanca e mezza stordita, perchè ormai la settimana è alla fine, e quindi da un lato il peggio è passato, e al tempo stesso non c'è anno che ricordi in cui la settimana prima di Natale non sia un vero e proprio inferno al lavoro.
Quindi stanca morta ma con "il peggio" alle spalle.
E ritornare sul blog è come rientrare a casa e sentirla presente. Anche se manco da poco e tutto quello che c'è stato in mezzo mi fa sembrare che sia passato tanto tempo.
Quindi oggi è così. Mi affaccio quasi curiosa e in punta di piedi, con una ricetta che non ho cucinato io ma che mi è arrivata in dono dalla Polonia, o meglio dalla mia collega ed amica polacca Malgorzata.
Sì, quella del meraviglioso Tarciuch di qualche tempo fa.
Il Makowiek è una torta speciale, tipica della Polonia e del periodo che va da Natale a Capodanno, dalla consistenza e dal sapore buonissimi e singolari, umida e  fresca di mele, granulosa di semi di papavero, profumata di frutta secca, così nordica ed invernale, e perfetta per le giornate fredde e natalizie che ci aspettano.



La ricetta che sto per scrivervi, esattamente come Malgorzata me l'ha dettata, basterà per almeno dodici persone. Perfetta per chi ama il sapore dei semi di papavero e le consistenze pesanti umide e profumate come la nera corteccia degli alberi di dicembre. :)

torta polacca ai semi di papavero, mela e frutta secca
ingredienti (per 12-15 persone)
6 uova (rossi e chiare separati)
250 g burro morbido
300 g semi di papavero
350 g zucchero a velo
6 cucchiai di semolino
1 chilo di mele
frutta secca, circa 200 gr (uvetta ammollata, nocciole e mandorle triturate grossolanamente, sui 200 gr)

La sera prima
Far bollire dell'acqua e versarla in una pentola ampia contenente i semi di papavero, poi mettere il tutto sul fuoco e cuocere rimestando per 15' abbondanti o finchè i semi non diventano morbidi e non hanno una consistenza granulare.
Sgocciolarli bene per tutta la notte (sarebbe meglio addirittura strizzarli dopo averli messi in un colino appoggiarvi sopra un piatto con un peso.
Il giorno successivo assicurarsi che siano ben scolati e "strizzati" e frullare finemente.
A parte mondare, sbucciare e grattugiare le mele, strizzare anche loro bene assicurandosi che abbiano perso tutto il loro succo (bere il succo, Malgorzata dice che è molto buono, chissà come mai io ci credo!!! ;)).
A questo punto mescolare i rossi con lo zucchero eil burro a fiocchetti, poi aggiungere i semi di papavero, il semolino a cucchiaiate, le mele grattugiate e "scolate", la frutta secca tritata grossolanamente.
Montare le chiare a neve ed incorporare delicatamente al composto.
Cuocere in forno a 175/180°C per 45 minuti.


lunedì 17 dicembre 2012

biscotti dal cuore morbido alle nocciole

I finesettimana di dicembre proseguono con un "rassicurante" ritmo prenatalizio: in cantiere un pandoro a settimana, qualche teglia di biscotti e qualche copritazza di lana da sferruzzare nottetempo davanti alla tv, io fissa in pigiama e casa un vero e proprio pandemonio.



In questi momenti, quanto mi sento "furba" quando riesco ad inventarmi dei biscottini fast che si fanno praticamente da soli, che impiegano i classici 3 albumi avanzati dalla pasta frolla (che sono stati a suo tempo stoccati in freezer), e che rimangono molto rustici alla vista e al tatto, croccanti fuori e dal cuore morbido, come degli amaretti, solo che con le nocciole al posto delle mandorle! ;)
Una vera e propria svolta culinaria prenataliza, no? Ma solo apparente per certi soggetti, dato che sì, i biscotti si fanno in mezz'ora, solo che poi qualcuno si mette a fotografare autisticamente per un paio d'ore, "abbruciandosi" così tutto il tempo guadagnato in cucina... ;)
Però vabè, vediamo il lato positivo, abbiamo inventato una ricetta facilissima e veloce, alla quale ci si può dedicare senza effetti collaterali anche una sera infrasettimanale, dopo cena ed una giornata lavorativa non proprio rilassantissima. Fanno infatti parte della categoria di biscotti che io preferisco per facilità di esecuzione, ovvero di quelli che si fanno senza taglia pasta, un po' come questi, o come questi...


Vi metto la ricetta, vistomai vi venisse voglia di regalare qualche dolcezza, per questo Natale alle porte! ;)

(pseudo) amaretti rustici alle nocciole
ingredienti
250 gr nocciole già sgusciate
150 gr zucchero
60 gr farina
3 albumi

Scaldare il forno a 180 °C.
Tritare le nocciole insieme allo zucchero, poi aggiungere la farina e gli albumi.
Mescolare fino ad ottenere un impasto colloso, dal quale ricavare con l'aiuto di due cucchiaini delle "palline" di pasta dal diametro di circa 2 cm, da distribuire sulle teglie del forno rivestite di carta da forno, distanziati  circa 4 cm gli uni dagli altri.
Cuocere in forno per circa 15' finchè i biscotti non diventano dorati.
Si conservano una settimana, meglio se in barattoli sottovuoto.


Sono stata veramente così breve?
Che stia diventando sintetica? ;)
Nello smentire immantinente tale balzana ipotesi, vi auguro con questi biscotti una bellissima settimana di preparativi per il Natale!
Un saluto a tutti! XD




venerdì 14 dicembre 2012

Un’amica. Un libro.


I LOVE TOSCANA 

Ragazzi, che storia i libri: i romanzi, i saggi, i racconti, le favole. Un modo a volte per una piccola fuga dal mondo e altre volte per immergersi completamente in esso.
E per scoprire.
Ho sempre avuto un rapporto speciale con loro.
Io Vaniglia-analogica travasata da un lontano e indefinito passato nell’era digitale, e tuffatami con timore e al tempo stesso incoscienza nello spazio web per scrivere di ricette e storie di cucina, li ho sempre amati, i libri di carta, fin da piccola.
E adesso, nonostante le innumerevoli opportunità del web, le possibilità che ogni sito o blog ci da di scrivere e leggere e soprattutto condividere, nonostante le ricette sian lì, pronte all’uso nell’infinita scatola luminosa, a bella posta esposte e a disposizione di tutti, adesso che esistono gli Ipad e i “lettori” e gli audiolibri, io sento che i libri, invece di essere meno necessari, acquistano un ruolo di maggiore importanza.
“Un libro è per sempre”. Altro che diamanti. Come la parte più “pura”, quella che qualcuno ha veramente selezionato e curato per noi, per imprimerla, per sempre appunto, sulla carta.
E poi anche “Un amico è per sempre”.
Gli amici hanno pazienza. Ti aspettano, ti aiutano, condividono. Capiscono.
E poi ci sono i luoghi. Perché certi amici, anzi, una certa amica, anzi di più, un’amica certa, che ha appena scritto un libro, lo ha fatto in un modo così straordinario che io più lo sfoglio più mi incanto. Un libro di cucina che è un luogo. Perché lei per me è un luogo. Un posto sicuro. Una piccola solida energica roccia toscana.
Questa amica ha cucinato, scritto, viaggiato e fotografato, ha guardato con i suoi occhi per me (e per tutti i fortunati lettori) i luoghi della sua Toscana, ed ha aperto la sua cucina, in quel modo tutto suo di renderci sempre partecipi, sempre come stessimo tutti lì, davanti alla madia o alla dispensa di casa sua, che è il blog che cura da ormai circa quattro anni.
Adesso (ma forse anche da qualche riga più in su) mi sa proprio che avete scoperto di chi sto parlando, e forse a questo punto tutte le parole possono sembrare inutili, dato che Juls è ben presente nell’immaginario culinario di tutte le persone che si interessano di cucina, e di passione!
Il suo libro, I LOVE TOSCANA, è esattamente come lei, un inno ai sapori, alla luce e ai colori, ed è un luogo. Una cucina, raccolta e profumata, ma grande come un’intera regione, capace di accogliere veramente un sacco di gente. Un libro che sfama e che ti fa "mettere la sinarola" e accendere i fornelli.
E viaggiare. E un po’ sognare.
Non riesco a dire meglio. La verità è che sono troppo emozionata e troppo felice.



Magari mi aiuto con qualche dato tecnico (mi butto sulla descrizione analitica, così non posso sbagliare! ;))

Si tratta di oltre cento piatti organizzati esattamente come un ricettario appoggiato sul tavolo di una cucina dovrebbe, ovvero divise in: antipasti, primi, zuppe, secondi, uova e verdure, pane e panini e dolci. Nella sezione “La dispensa”, ultimo capitolo, le ricette delle conserve, e in coda al libro una miniguida dei produttori tipici e luoghi gourmand della Toscana.

Io mi sono già segnata le ricette imprescindibili, quelle che farò a stretto giro: i malfatti al cavolo nero, la zuppa di farro della Garfagnana, l’arista con le mele, i biscotti all’olio d’oliva e pinoli, la quattro quarti al vinsanto

Ma il bello, torno a ripeterlo, è che oltre alle strepitose ricette, e alle foto bellissime, in questo libro ci sono i luoghi. E le persone. E soprattutto, ma veramente tanto, c’è la mia amica Giulia.

Va bene , ora vi saluto, questa settimana abbiamo chiacchierato molto, non me ne vogliate, abbiam sempre parlato di cose belle! ;)
Vi lascio ad un finesettimana di biscotti e pandori e glasse e cioccolato e biscottini da regalare agli amici.
Ormai è quasi Natale. Pensavo al mio amore per i regali fatti a mano, come ormai anche voi sapete.
Beh, questo è un libro fatto a mano. Io sento la cura e l'attenzione in ogni singola foto. Ed è bellissimo e accogliente come la cucina di Juls.
Si trova già dal 10 dicembre in libreria ed è disponibile su Amazon(anche in lingua inglese!!!!).

Approfitto a questo punto per ricordare a tutti che sabato 22 dicembre alla BIOsteria Sbarbacipolla a Colle Di Val D'Elsa di Nicola e Chiara, sarà possibile fare due chiacchiere mangerecce proprio con Juls ed incontrare molti dei produttori raccontati nel libro (QUI da lei ulteriori informazioni per chi si trovasse in zona o volesse fare una passeggiata prenatalizia, come dice anche Giulia, lontano dal caos)!

Grazie Giulietta, ti auguro cento, mille di questi libri.

Giulia Scarpaleggia

con il contributo fotografico di Ellen Silverman
prefazione di Tessa Kiros


mercoledì 12 dicembre 2012

io la scaletta e le foto

[un'intervista]

Oggi sono in vena di chiacchiere (panico? ;)), e dato che di foto qui anche se in modo più che altro semiserio se ne parla spesso, ho pensato di condividere con voi una chiacchiera fatta giusto un paio di giorni fa con Elisa del blog Saporidielisa.

Anzi, più che una chiacchiera, si è trattato di una vera e propria intervista alla quale mi sono divertita tantissimo a rispondere, e che mi ha dato l'occasione di mettere una volta per tutte sulla carta qualche foto-considerazione... ;)

Il risultato finale è il solito corposo numero di battute un po' sgarrupate alla maniera della sottroscritta, che però, lo ripeto, mi hanno divertita e per le quali non finirò mai di ringraziare Elisa.
Sì perchè secondo me c'è proprio bisogno di un posto in cui si possa scambiare qualche idea e considerazione sul tema, e lei questo posto lo ha concretamente realizzato, grazie alla sua rubrica sulle foto interamente dedicata alle interviste foodfotografiche a foodblogger!
Andatevele a leggere (se non lo avete già fatto!) perchè sono tutte bellissime!
Inoltre, per chi fosse appassionato di foodfotografia e alle prime armi (ma anche io, che non ho proprio iniziato il mese scorso, ma a volte è come se lo fosse, lo ritengo utilissimo!) qui trovate anche un glossario ed una raccolta di nozioni.

Allora, ora che vi ho indirizzato verso le interviste dei miei colleghi ed amici blogger, vi metto a seguire la mia, che potete anche leggere da Elisa qui:


Da quanto tempo ti interessi di fotografia?
Da un po’. Tutto è iniziato, credo, ai tempi dell’università, quando ho iniziato a fotografare le città per l’esame di urbanistica, e poi i ruderi, e le chiese romaniche e gotiche per la storia dell’architettura, e il paesaggio per il progetto del verde, o affacciata (molto affacciata) dal finestrino di un’auto in corsa sulla Tangenziale Est di Roma per la tesi.
Allora, giovane e piccola incosciente, non ci pensavo due volte a stendermi per terra (intendo sull’asfalto) o arrampicarmi chissà dove, per avere una visuale che rendesse, anche a livello di “sentimento”, quello che con quella foto volevo trasmettere, oltre, per quanto possibile, al contenuto concreto della foto stessa!
Poi con il blog tutto è cambiato, o meglio, si è specializzato: fotografare il cibo è difficilissimo (per me): una città o un edificio, o un paesaggio “naturale” o artificiale che sia, al di là del parere estetico che ognuno può avere di questi, hanno un portato storico, culturale, sociale così forte, e significativo, “parlano” così tanto, che rappresentarli con una fotografia, sotto certi punti di vista è più semplice, perché loro già significano qualcosa da soli, già comunicano alla società, sia che essi siano monumenti storici, sia che si tratti di condomini in una banlieue.
Una fetta di torta è un’altra cosa. Però può essere solo una fetta di torta, oppure una fetta di torta per una coccola in un giorno di pioggia o una fetta di torta in un picnic, una fetta di torta condivisa insieme a quattro chiacchiere con un’amica, o una fetta di torta che ti trascina all’improvviso nei ricordi della tua infanzia…  Oppure può essere semplicemente una fetta di torta fotografata in modo magistrale, nella più perfetta e pura astrazione.
Non che tutte queste “suggestioni fotografiche” non possano essere “applicate” alla foto di una città o di un monumento… Diciamo solo che questi ultimi possono risultare belli o interessanti anche senza, mentre un pezzo di cibo forse no.

Hai fatto qualche corso o hai studiato da sola?
Uhm, “studiato” è una parola grossa. Fatto da sola sì, però. Si avvicina molto alla realtà. Durante l’università avevo un manuale di fotografia...
Con il blog ho provato, e riprovato e riprovato, all’inizio con risultati fortuiti e sicuramente assolutamente diversi dall’idea che avevo in testa della foto di cibo.
C’era un salto tra quello che usciva dalla mia macchina fotografica e quello che la mia mente “vedeva” prima di scattare. Dentro quel salto c’era da mettere in conto molta tecnica da imparare (ancora oggi da imparare!), e un po’ di attrezzatura da conoscere (ancora oggi molto da conoscere! ;)).
Ultimamente ho avuto la fortuna di seguire dei workshop di fotografia: il primo un anno fa, qui in Italia, con Dario Milano, grazie al quale ho letteralmente “rotto il ghiaccio con la fotografia” mentre il secondo, più recente, a Londra nel corso del Food Blogger Connect 2012, dove ho conosciuto Ellen Silvermann che per me è stata una vera scoperta sia dal punto di vista professionale che umano.

È nato prima il blog o la passione per la fotografia?
Come dicevo nella prima risposta, a rigore, prima la fotografia. Ma se la domanda fosse stata “È nata prima la passione per la cucina o quella per la fotografia?”, la risposta sarebbe stata “prima la cucina”!

Che tipo di fotocamera usi?
Una Canon 60D

Che obiettivo utilizzi?
Canon 50mm f/1.4

Come imposti la tua fotocamera per scattare foto ai piatti? Preferisci scattare in priorità di diaframmi o totalmente in manuale? Perché?
Totalmente in modalità manuale. Perché? Perché sono una maniaca! No, scherzo.. Scherzo? Non lo so. Certo, regolare tutto a mano può sembrare a prima vista più complesso, però secondo me è solo una questione di abitudine, e permette di esplorare tutte le possibilità “espressive” della macchina fotografica, e soprattutto… farle fare quello che dici tu! ;).

Usi la messa a fuoco manuale o automatica?
Ecco, sulla messa a fuoco no. Io e la mia miopia abbiamo bisogno dell’automatico. Magari col tempo, però… ;)

Preferisci il bilanciamento del bianco manuale o automatico?
Manuale, manuale, manuale, manuale… (Sì, forse sono una maniaca davvero)

Che tipo di luce prediligi? Naturale o artificiale? Laterale, controluce o altro?
Ecco, qui inizia il discorso difficile. Io prediligo assolutamente la luce naturale, anche se mi toccherà prima o poi studiare quella artificiale “seria” (no flash incorporato per intenderci, non so nemmeno dove sia, nella mia macchina!).
Ho un rapporto difficile con la luce. La adoro, influisce da sempre sul mio umore, a prescindere dalla fotografia. Credo che della luce naturale siano fatti gli spazi, che sia una componente prioritaria della progettazione. La luce, e il suo opposto, il buio, hanno dal mio punto di vista la maggiore incidenza nella definizione della natura di uno spazio.
Questo si ripercuote tantissimo ovviamente anche nella fotografia. Io però non ho una casa luminosissima (anzi), e le imposte delle finestre, ovvero l’unico punto in cui questa penetra (poco) in modo radente in casa, sono tutte a 160 cm di altezza dal suolo, quindi tutte al di sopra della mia testa e di qualsiasi ripiano di tavolo! Questo comporta che la luce colpisca i miei ripiani già tutta “in ombra” e che le ombre proprie e quelle portate (ovvero in sostanza la parte in ombra dell'oggetto fotografato e l'ombra invece che questo proietta sul piano di appoggio) di qualsiasi soggetto che cerco di immortalare in casa siano molto dure. Sì, esistono degli accorgimenti per “ammorbidirle”, ma vi assicuro i risultati non sono poi così entusiasmanti nel mio caso specifico, data la poca luce che comunque entra in casa.
Ci ho messo un paio d’anni per capire come fare: adesso mi arrampico letteralmente e fotografo su un ripiano di legno appoggiato al davanzale. Quindi spesso con luce laterale perché ho molto poca profondità anche nonostante lo stratagemma del “ripiano a sbalzo”. Questo conferisce molta atmosfera, a volte, alle foto, ma mi lascia poco spazio per potermi dedicare ad una composizione “ampia”, ovvero con molto spazio intorno al piatto e con sfondi ad hoc.
C’è un risvolto positivo però. Ho impiegato sì due anni a “domare” la luce di casa mia, ma adesso per me fotografare “in giro” risulta essere piuttosto facile. E’ raro trovare condizioni di scatto più difficili di quelle del mio set! ;)

Usi il cavalletto?
Ehm, no, sono arrampicata su un mobile di muratura, o su una scala quando fotografo controluce. Il cavalletto lo userò quando inizierò seriamente con la luce artificiale e finalmente riuscirò  a mettere i piedi per terra!!

Come curi lo styling e la composizione?
Poco. Ammetto anzi di essere un pochino astratta. Mi piace tenere a mente i colori degli ingredienti o delle componenti del piatto (salsine, creme, spezie) e riprenderli nella scelta dei props.
Ad ogni modo sì, sono un po’ (tanto) astratta: è più facile che in una mia foto ci sia un elemento in meno che uno in più: ho impiegato un sacco di tempo ad inserire anche solo una posata nella foto. E’ che per deformazione professionale ogni linea che entra costituisce per me un “piccolo trauma compositivo” da gestire, insomma, spesso nel disegno di architettura una linea è un muro! ;). Diciamo che si parte dal piatto, anzi, da quello che il piatto contiene, poi, piano piano, tutto il resto… J

Fai anche un lavoro di post-produzione? Se sì in cosa consiste?
Sì, lavoro in genere a recuperare le mie “falle” ambientali: illuminare leggermente se ce ne è bisogno e attenuare le ombre di cui parlavo prima, se non sono riuscita a farlo in modo soddisfacente durante lo scatto.


Qui la ricetta ed il post

Ci “regali” una foto ben riuscita e ci spieghi quali sono le caratteristiche vincenti del tuo scatto?
Caratteristiche vincenti… Il fatto è che io mia sento come se ogni mi foto fosse “estorta”: mi sembra come di doverla “cavar fuori” dal mio stato d’animo ogni volta. Faccio una fatica bestia, sto lì che chiedo chiedo chiedo alla macchina fotografica … Alla fine esce una foto che credo, in un certo qual modo, “si senta”. Ho notato infatti che le mie preferite sono quelle che portano con sé un “ricordo preferito”. Questa, per esempio. Ero in Toscana, in giardino, in mezzo alla campagna, con mia nipote nella carrozzina a pochi metri: e scattavo e la cullavo e la cullavo e scattavo. Nella mia testa quindi ora questa foto porta con sé tutta la dolcezza di quel momento! ;)

Vuoi dare qualche consiglio a chi vuole approcciarsi a quest’arte?
Buttatevi, scattate, e siate felici (le foto vengono meglio!)!
Poi assaggiate un pezzetto e continuate a scattare, la foto sta (anche) nel palato ;-)!
Ah, e poi siate indulgenti con voi stessi, e non “vergognatevi”. Io all’inizio mi vergognavo da morire. Per i primi 2 anni, 2 anni e mezzo se fosse stato per me avrei pubblicato al massimo 4 ricette l’anno, ovvero solo quelle di cui le foto mi piacevano veramente. Però mi sono fatta forza, e soprattutto il riscontro dei commenti dei lettori, sempre molto vicini, mi ha fatto vincere la mia pignoleria che in quel caso sarebbe stata più sterile che altro e mi hanno permesso di crescere molto. Infatti scattando e sbagliando, e cercando di capire di volta, in volta le foto migliorano, è una legge naturale! ;)

In ultimo (sul mio blog non può mancare una domanda sui libri): avresti un libro di fotografia in generale o di food photography da consigliarci?
Quello di Hélène Dujardin. Io l’adoro ;)



lunedì 10 dicembre 2012

zimtsterne, i biscotti di Natale e i cappotti scaldatisane!

(per curare un freddo da vedere le stelle! ;-P)

L'8 dicembre è passato, oggi siamo al 10 e quindi si può ormai smaccatamente parlare di Natale.
E due cose si fanno a casa Vaniglia, quando questo si avvicina: si cominciano a preparare i biscotti e si cominciano ad impastare i pandori.
Queste stelline non le facevo da 4, 5 anni credo, e ieri mettendo la glassa ad una ad una ho finalmente ricordato il perchè.
Voi che siete muniti di buona volontà e non vi spaventate davanti ad una collosa pappetta bianca che varia la sua natura ad ogni micron di liquido che vi introducete all'interno, dovete assolutamente provarli (se non lo avete già fatto ;-)).
Solo una cosa: non fatelo in contemporanea col primo pandoro della stagione, in particolare se lievitato con pasta madre, fate il piacere. E comunque poi, quando vi ritroverete a gestire il suddetto padoro che è lievitato tanto da non riuscire ad entrare nel vostro forno, mentre Gatò (cioè il vostro, di Gatò) pare abbia scoperto di amare la glassa che ormai pervade tutta casa, non dite che non ve lo avevo detto.
Ad ogni modo, io, le zimtsterne non è che volessi farle proprio 'sto week end. Io avevo in calendario il mio bel pandoro (che per me oltre ad essere sinonimo di Natale lo è anche una specie di totem-brioche, quindi figuratevi, a casa mia è più che ben accolto), e poi dovevo finire un paio di lavori in lana, e, ehm, sto ancora col cambio di stagione a metà...
Ecco insomma avevo una to do list per il fine settimana da far spavento, figuriamoci anche le stelline da glassare.
Però era freddo, e a casa è stato tutto uno starnutire e tirar su di naso, tutto un calzerotto ed un plaid, per non parlare di Gatò (appunto, lui è bravo, mica cerca solo di mangiare sempre tutto quello che io cucino!) in modalità pellicciotto che aveva il suo bel dafare a scaldare tutti ;).


Insomma, pensa che ti ripensa, come facciamo a passare il week end raffreddato che tanto non abbiamo nulla da fare?? Perché non metter su due biscotti e una bevanda calda?

E a quel punto, tra tutti gli sferruzzamenti previsti e quelli che non avevo messo in cantiere, perchè non provare a realizzare anche quei meravigliosi copritazza che si vedono ormai in giro ovunque?
E' una cosa che avrei voluto fare almeno da un annetto... magari usando una lana un po' sportiva messa doppia, in modo da avere alla fine una texture ruvida e profonda... per avere così la scusa per usare i ferri corti di bambù da 6,5, quelli con in cima la pallina rosa... ;) !

Insomma sì, alla fine è uscita la "ricetta" anti-freddo e pro-Natale, chiamiamole decorazioni culinarie & co.:

cioccolata calda e/o tisana e/o tè 
+
copritazza di lana
+
biscottini natalizi con glassa


I copritazza li ho fatti quasi per curiosità.

Oppure dev'essere per la mia mania di coprire tutto ai primi freddi: ricordate circa un anno fa i cappotti per biscotti? All'inizio non riuscivo nemmeno a capirne bene l'utilità (Patù non la capisce nemmeno alla fine, ma si sa, queste son più cose da donne...), poi ho preso a farne di tutti i colori, a cucirvi sopra piccole decorazioni beneauguranti e in poche ore avevo fatto la "prova di vestibilità" con tutte le tazze di casa, sventolando allegra davanti al povero Patù che pensieroso fumava la pipa dicendo "E' folle".
Poi ho pensato che sono veloci, e facili da fare, e che sarebbero un regalo bellissimo per impreziosire anche una delle più semplici tazze (due di quelle in foto sono delle tazze ikea molto ma molto standard), meglio se riempita di biscottini appunto!
Insomma, li adoro.
Per le vostre sorelle, la collega preferita che scalda l'acqua per il tè per voi e per lei la mattina appena arrivata in ufficio (ah, nel mio caso tutte! ;)), per vostra cugina che è sensibile, ha gusto, è freddolosa e sempre alle prese con una versione di greco (da correggere!)...

Allora, alla fine della fiera ne ho fatti un po' e messi nello shop Etsy.
Però voi, se avete un pochino di tempo, potete farveli da sole!
Serve una lana grossa o messa doppia, lavorabile con ferri 5 o 6.
Montate dalle 12 alle 16 maglie e realizzate un rettangolo lungo quanto basta a coprire il diametro della tazza, a maglia rasata oppure a chicco di riso o una combinazione di quest'ultimo.
Li cucite con pochi punti (in modo da lasciare lo spazio per il manico della tazza) unendo i due lembi, come a chiuderli "a polsino" (ma con il buco per il manico mi raccomando, e le personalizzate con una righina, un ricamo o un decoro fatto con il feltro colorato.


Il gioco è fatto! Sono così divertenti che le farei di tutti i colori!
(commento di Patù: "in tutte le tonalità del Derrick")

Adesso l'altra ricetta, quella dei biscotti... ;)
Io ho sempre usato quella di Sigrid, mentre stavolta ho voluto provare quella di Tuki.
Sono diverse: le prima leggermente più compatte (e forse io le preferisco così), mentre queste che vi riporto come da ricetta originale salvo una nota in merito alla glassa, leggermente più fragranti.
Sono buonissime e molto natalizie entrambe: si tratta infatti di un impasto dal sapore nordico e speziato realizzato con albumi e mandorle...

Ecco a voi! (questa che vedete qua sotto è metà dose, e anche così la glassa sarà abbondante!) ;)

zimtsterne (biscottini natalizi glassati)
ingredienti
200 g di farina di mandorle o mandorle tritate finemente
100 g di zucchero a velo
1 albume medio 
½ cucchiaio di succo di limone
1 e ½ cucchiaini rasi di cannella in polvere
una punta di cucchiaino di zenzero in polvere
1 punta di cucchiaino di chiodi di garofano in polvere
1 bacca di vaniglia
1 pizzico di sale
per la glassa reale
½ albume 
100 g di zucchero a velo
1 cucchiaino di succo di limone (io ho usato molto più limone, aggiungendolo manmano, fino a trovare la consistenza giusta)

In una ciotola unire la farina di mandorle, le spezie e il sale. Montare gli albumi con le fruste, e una volta diventati spumosi  aggiungere il succo di limone e, un po’ alla volta, lo zucchero a velo; continuare a montare fino a quando il composto non diventa ben fermo. Unire gli ingredienti asciutti, un po’ per volta, incorporandoli delicatamente: formare una palla schiacciata con l'impasto, avvolgere nella pellicola e lasciar riposare in frigo almeno 1 ora. 
Preriscaldare il forno a 150°C. 
Cospargere il piano di lavoro con poco zucchero a velo e stendervi l’impasto ad uno spessore di circa mezzo centimetro; con un tagliapasta a forma di stella ritagliare le stelle e sistemarle su teglie ricoperte di carta forno. 
Cuocere per circa 15 minuti, poi trasferire su una griglia e lasciar raffreddare completamente. 
Preparare la glassa montando l’albume, unire il succo di limone e lo zucchero setacciato e continuare a montare fino a quando la glassa non diventa lucida; aggiungere zucchero se la glassa risulta troppo liquida o alcune gocce di limone se invece sembra troppo consistente. 
(È possibile preparare la glassa in anticipo e conservarla in frigo ben chiusa in un contenitore a chiusura ermetica per non farla asciugare). 
Con l’aiuto di un coltellino distribuire la glassa su ogni biscotto e lasciarla asciugare completamente (ci vorranno diverse ore). 
Conservare in una scatola di latta.




venerdì 7 dicembre 2012

Io, l'acqua, il parco e la pasta



Se dico ad amici e parenti, ed anche alcuni colleghi «domani sono alla Majella», in linea di principio quasi nessuno batte ciglio.
E questo lo devo ad uno degli aspetti che amo di più del mio lavoro: il contatto con la natura (in alcuni casi: non sono sempre su cime rocciose, in lande desolate o boschi incontaminati, anzi direi che è più probabile che mi trovi in una scrivania e davanti ad un pc entrambi molto romani), e la fortuna di dover fare sopralluoghi in aree verdi protette o aree parco.
Ma quando precisamente due settimane fa mi sono svegliata alle sei di mattina, ho preso un treno metropolitano, e poi un interregionale fino a Chieti, e da lì sono stata «traslata» in automobile fino a Fara San Martino, nonostante fossi diretta nel Parco della Majella (passando tra l'altro nel bel mezzo di quello del Gran Sasso), l'architetto e paesaggista che è in me stava (più o meno) schiacciando un pisolino. Era la foodblogger che se ne stava viva e vegeta inchiodata al finestrino del treno sferruzzando.

Il tutto era iniziato almeno un mese prima, dopo aver ricevuto la mail di Anna.
Una mail così spontanea ed elegante in cui venivo invitata, se per me fosse stato interessante, allo stabilimento Delverde, e alla quale io ho risposto senza pensarci due volte, tornata in un attimo bambina alla gita scolastica ma adattata (quest'ultima) ai sogni della (cresciuta) foodblogger.

Prima di accucchiare gli impegni di entrambe, io ed Anna abbiamo impiegato un po', e alla fine abbiamo optato per un venerdì di fine novembre.




Io, trenomunita, gomitolodilanamunita e macchinafotograficamunita, mi sono apprestata alle mie 4-5 orette di viaggio totali (all'andata) e alle altrettante di ritorno, veramente con l'entusiasmo di una bambina alla prima gita, e quell'entusiasmo è stato ricambiato, forse raddoppiato, dall'accoglienza che ho avuto a Fara San Martino.

L'azienda pastaia infatti, non è che si trovi proprio «ad un tiro di schioppo» dalla città, anzi, un po' come la parte più avventurosa del mio lavoro di cui vi parlavo sopra, all'interno di un area protetta, ovvero nel già citato Parco della Majella.
Questo perché (cosa che ho scoperto solo in gita) la pasta Delverde si fa con l'acqua pura della sorgente del fiume Verde.

Appena arrivati sono sono stata accompagnata (per «riprendermi» un po') in foresteria.
Entro. Ambiente ampio, finestre grandi, infissi in legno e doppie altezze. Lo spazio è pervaso di odore di soffritto. «Di mamma», come lo ha definito una mia amica qualche giorno dopo mentre le raccontavo. Salgo le scale. Sorrido tra me e me. «Sono a casa». Penso.

Mi do una rinfrescata e scendo. Mi portano subito un bicchiere di acqua che sgorga da una fontanella lì vicino, fuori della foresteria. «E' del Verde» Mi spiegano orgogliosi.

Non mi sento affatto stanca. Sono quasi le 13 e ci prepariamo per la visita guidata dello stabilimento.
Tre persone solo per me: arrossisco ancora solo all'idea, e per quanto mi sono sentita onorata.
Ci mettiamo i camici e i berretti. Io inforco gli occhiali. La macchina fotografica la posso tenere in mano (fììììuuu!), la custodia va contenuta al di sotto del camice. Nel complesso, vista ad un 2-3 metri di distanza, sono un vero mostro: tutta bianca (pure la faccia, come di default, salvo le occhiaie, di default pure loro ma un tantino accentuate dal poco sonno e dalla sveglia presto), capelli zero in quanto tutti raccolti in cuffietta, occhialuta e con bozzo laterale di custodia della macchina fotografica che non ne volava sapere di starsene buona ed ogni tanto spuntava dal camice.
Facciamo tutto il giro. Marco, l'ingegnere di produzione, mi spiega tutti i processi, e Silvia, Responsabile della qualità mi parla dell'acqua, della selezione degli ingredienti a partire dalle semole.
Mi fanno vedere le trafile. E' uno dei momenti più belli. Avete presente la mitica Pasta Simac ??? Beh, è come stare in una grande, enorme pasta Simac. E ve lo assicuro, è meraviglioso!
Son lì che mi guardo le trafile al bronzo e sono felice.



Dev'essere per questo gruppo di ragazzi. Tutti giovani entusiasti ed estremamente preparati. («Innamorati del proprio lavoro», come ho detto a mamma la sera stessa, ore 21, mentre raccontavo a voce un po' troppo alta ancora per l'emozione della giornata camminando avanti e indietro su una banchina di Roma Tiburtina aspettando il mio ultimo piccolo treno per casa..). Guardo Silvia, che con il suo pancione ormai avanti nella gravidanza si è fatta tutto il giro con noi (e l'ora di pranzo è passata da un pezzo, sono ormai le due del pomeriggio), che mi ha seguita passo passo, che paziente ha risposto alle mie domande sulla qualità degli ingredienti, precisa, scrupolosa, entusiasta, e penso a lei che verifica le semole che poi finiscono sulle tavole di mezzo mondo (o tutto?) e penso anche che non ci sarebbe al mondo persona più azzeccata (sì, è la mia cocca, lo ammetto! ;-P). Guardo Marco, e l'orgoglio con cui mi fa vedere, a perdita d'occhio (e non è un eufemismo, lo giuro), la macchina che produce la sfoglia per le lasagne, tutta un unico pezzo per cento, duecento metri.

Guardo Alessia, l'efficientissima Alessia, e penso che fortunata che sono ad essere qui, e che non sarò mai abbastanza precisa nel riproporre fedelmente tutte le preziosissime informazioni in merito al processo produttivo che mi sono state trasmesse. Mi sento come un messaggero monco.
Però una cosa mi è chiara. E non ci sono dubbi. Non è un concetto che va trattenuto a memoria, ma che si percepisce subito: pochi ingredienti, alta qualità, cura maniacale. Mi sembrava quasi di stare nella mia cucina! Acqua semola, impasto trafilatura. Mi hanno fatto vedere tutte le paste in produzione in quel momento, Lunghe, corte, le minestrine, le lasagne. Abbiamo assaggiato e annusato la pasta ancora non essiccata, ancora morbida.

Quello che contraddistingue la pasta Delverde infatti, mi spiegano, è il processo di lenta essiccazione (oltre alla trafilatura al bronzo, e alla scelte di ingredienti di qualità), che è uno dei punti cruciali della produzione della pasta, e, non so se voi lo sapevate ma io no, esiste un trucchetto per valutare la qualità della pasta in fase di cottura: più l'acqua rimane limpida una volta «buttata la pasta», più quest'ultima è di qualità. Questo perché il glutine, che è la più importante sostanza proteica presente nella pasta, ha la proprietà di "trattenere l'amido" e le altre sostanze nutritive in essa contenute e di non disperderle nell'acqua di cottura. Più il grano duro è di qualità, maggiore è la quantità del glutine.



Altra dritta: il colore. Il colore della pasta tende a scurire a seguito di una essiccazione «accelerata»: l'essiccazione lenta a cui accennavo sopra (migliore dal punto di vista della digeribilità in quanto le temperature di essiccazione elevate causano la denaturazione delle proteine contenute nella pasta) si riconosce dal colorito «sano», paglierino, non biscottato a causa della reazione di Maillard.
Ora risparmio a tutti mie divagazioni nel campo della chimica: la sottoscritta ha studiato greco, e ammette che in chimica è sempre stata un mezza calzetta... Magari se avete domande specifiche nel merito possiamo sempre chiedere agli amici Delverde... ;)


Insomma, dicevamo. Mi sono vista tutta e dico tutta la produzione della pasta, dall'impastamento (anzi, dal'immissione delle semole), alla trafilatura all'essiccamento al confezionamento, e la cosa mi ha reso veramente euforica.
Uscire da lì poi alle 14,30 e rientrare nella foresterie dove ci aspettavano ben due succulenti primi di pasta, preparati dalla signora Rita, più dolci e chiacchiere a tema, è stato il migliore "pranzo al sacco" di gita che abbia mai fatto in vita mia! ;)
Sembrava veramente un pranzo in famiglia.
E a questa famiglia di gente in gamba che lavora io non posso fare altro che dire grazie.
Vi auguro di produrre tanta ma tanta pasta della qualità che voi sapete, e soprattutto spero di rivedervi presto.
Grazie ad Anna, Olindo, Rita, Alessia, Silvia e Marco (nell'ordine di "apparizione" alla mia vista).

Ultima, importantissima cosa: questo post non è stato in alcun modo "telefonato". Nessuno mi ha chiesto nulla, anzi io avevo subito messo le mani avanti (sempre timorosa di essere "tirata per la giacchetta" più o meno consapevolmente e a fini promozionali, in qualità di foodblogger) fin dalla prima mail: "vengo a trovarvi senza impegno".
Il fatto però è che quel venerdì è stato per me straordinario, e che il racconto c'era e non potevo certo tenermelo per me, e soprattutto le persone c'erano, e la pasta e i suoi segreti hanno costituito per me una ancora delle tante, spero, qui chez Vaniglia, "Storie di cucina"...



































lunedì 3 dicembre 2012

torta alle noci con sciroppo di melagrana

e le domeniche di autunno... 

Oggi torta di ieri.
Di quelle tortine perfette per le domeniche autunno-invernali, con noci e melagrana, due ingredienti (e due colori!) che sogno di mettere insieme da anni, da prima del blog per intenderci. Poi, non so ancora benissimo perchè (forse veramente perchè cose buone da fare ce ne sono tante!), tra un piatto e l'altro, tra un post e l'altro, questa torta, o meglio il pensiero di essa, è arrivata fino a ieri.


Per la precisione fino a sabato, quando finalmente, e sfidando la pioggia noiosa (per fotografare) e affascinante (per lavorare a maglia, o leggere, cose che adoro e delle quali ho potuto dedicarmi solo alla prima perchè nonostante tutto sì, effettivamente sento di essere una sola, e pure stanca), e mi sono messa, mitico foglietto volante alla mano, a farmi «due numeri» e vedere se mescolando nella testa gli ingredienti dei miei sogni autunnali, poteva uscirne qualcosa di buono.
E sì, è andata!
Si tratta di una torta morbida e compatta, con una texture molto irregolare (dovuta forse al fatto che il mio cutter è quello dei tempi dell'università, piccolo e pure preso con i punti, quindi se a voi piacciono le consistenze grezze mi raccomando non insistete troppo con il tritatutto ;)) e con un sapore di noci molto preciso. E buono. E poco zuccheroso. Insomma come piacciono a me.
Se voi la volete (piuttosto) dolce potete sostituire lo zucchero di canna in cristalli con quello bianco semolato, oppure mettervi un 20 grammi in più. Se la volete invece più «farinosa» e quindi leggermente più aerata sostituite il peso della farina con quello dele noci tritate e viceversa (cioè mettete 200 gr di farina e 150 gr di noci). Però, se mi volete bene, provatela la prima volta direttamente così. Fidatevi di Vaniglia, che quando ha questo tono spigliato e frizzantino significa che la torta è venuta proprio bene! ;)

Quindi, primo componente, la torta:

torta alle noci
ingredienti
3 uova
200 gr di gheriglie di noce tritati
150 gr di farina
180 gr di zucchero di canna in cristalli
180 gr di burro
60 gr di latte
½ bustina di lievito in polvere

Mescolare in una terrina le uova intere con lo zucchero, poi aggiungere il burro fuso a bagnomaria e lasciato intiepidire (io veramente l'ho fatto a scagliette ma era un po' freddo e quindi mi sono maledetta perchè mi si mescolava più che male, ma alla fine tutto è andato liscio! ;)), la farina e le noci tritate.
Alla fine aggiungere il latte e mescolare finchè tutto è perfettamente amalgamato, e aggiungere, solo alla fine, il lievito.
Versare l'impasto in una tortiera (va bene un diametro 24) imburrata e infarinata o cosparsa di pangrattato (o rivestita di carta da forno) e cuocere in forno caldo a 180-190°C per 45' o finchè facendo la prova stecchino, quest'ultimo non ne esce asciutto (tende a scurirsi in superficie, ma l'interno deve essere cotto: dopo la mezz'ora è consigliabile controllare il forno e fare la prova stecchino anche un po' prima dei 45').



Poi c'era al questione melagrana.
Un domani la metterò pure dentro a una torta, 'sta melagrana. Ma se questa volta non servivo la torta con uno sciroppetto di melagrana non ci avrei dormito la notte.
Quindi mi sono spremuta la mia melagrana (molto meno drammatico di quanto immaginassi), accucchiata con zucchero nel suo bravo pentolino e via.

Seconda componente, lo sciroppo di melagrana

sciroppo di melagrana
ingredienti
il succo di una melagrana
90 gr di zucchero di canna in cristalli

Versare in un pentolino a fondo spesso lo sciroppo di una melagrana e lo zucchero, mescolare e porre sul fuoco a fiamma medio-bassa finoa che non assume una consistenza sciropposa (insomma, un 10 minuti e dovrebbe comiciare a fare «le bolle»). A quel punto monitorare ancora un po', e quando diventa leggermente più sciropposo togliere dal fuoco.
Attenzione: considerate che raffreddando lo sciroppo solidifica un po', quindi in sostanza, quando è sul fornello, deve solo cominciare a rapprendere per qualche minuto...

A questo punto la torta autunnale dei miei sogni avrebbe dovuto essere completa, ma come spesso accade, la fotografia viene incontro alla cucina.
Si perchè l'idea di questo sciroppo direttamente a contatto con la torta non mi andava...
Mi serviva qualcosa che mediasse, e questa mediazione sarebbe stata utile sia per la vista che per il palato. Bianco. Ma anche freddo, sì! Gelato al fiordilatte, o vaniglia, o panna. Insomma bianco e neutro come sapore (non ho detto crema alla vaniglia ok? Non mi fate come il povero Patù che non trovando la vaniglia «e basta» mi ha portato la crema e allora la sottoscritta che se ne stava beata a mantecare il risotto ai porcini (eh-uhm, in pigiama), si è dovuta custodire e precipitare di nuovo in gelateria.
Sì perchè la ricetta del gelato al fiordilatte, qualla ancora non posso darvela, anzi già che ci sono, vi chiedo se avete una a prova di bomba da rifilarmene senza l'ausilio della gelatiera (io sono quella del tritatutto coi punti di cui sopra, non dimenticate!).

Terza componente, gelato al fiordilatte: ricetta da definire, in attesa di averne una vi consiglio la vostra gelateria di fiducia.



Questa torta, come dicevo all'inizio, è una perfetta torta delle domeniche invernali (un po' come quella aifagioli di Pigna di qualche giorno fa): la mettete per l'appunto con un risottino ai porcini, oppure, se le temperature si fano rigide, con un risotto con salsiccia e Aglianico del Vulture, e fate la vostra figura.
Per il secondo, se proprio volete darvi alla cucina tutto il sabato e continuare ad usare il rosso nei vostri piatti, l'amato Boeuf Bourguignon, o un altro secondo classico da domenica. Anzi, stavo pensando, andrebbe benissimo un pollo arrosto con patate...

Ultimacosapoimelapianto: siate scicchissimi. La torta potete cucinarla la sera prima, il gelato lasciatelo fare al gelataio, ma lo sciroppetto preparatelo alla fine e servitelo caldo con il gelato freddo (magari se dovete fotografarlo no, sennò vi esce la foto tipo la mia, in corsissima! ;)).
Al limite, se proprio non riuscite, lo scaldare di nuovo all'ultimo, aggiungendo un paio di cucchiai d'acqua e mescolando il tutto sul fuoco...

Ah. Sì. Oggi è lunedì. Non è carino già pensare alla domenica. O forse sì, è di buon auspicio? ;)
Ad ogni modo, pensavo, la ricettina potete sempre salvarvela, che siamo giunti a dicembre e certe Feste di Natale si stanno avvicinando ormai con passi da giganti.... ;)


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