giovedì 26 settembre 2013

tortine senza glutine né latticini, con quinoa e mirtilli

(ma insomma de che so' fatte 'ste tortine qui? ;))


Ohhhh, finalmente un post “normale”, dicevo a me stessa scegliendo la foto per oggi.
Poi ho iniziato a pensare.
Vabè…. Normale.
Normale fino ad un certo punto, dato che:
  1. Parla di una tortina un po’ umida e granulosa dal sapore deciso e preparata senza farina e senza burro né latticini (ma stiamo parlando davvero di meeeee?), la cui idea trae originariamente spunto dalla necessità di finire un pacchetto di quinoa iniziato tempo fa, ma poi lasciato a casa dei miei dall’altro lato dell’Appennino in una delle mie recenti peregrinazioni, e al tempo stesso radicatasi nella mia mente così tanto che di pacchetto di quinoa ne ho comprato uno nuovo trovandomi così con il simpatico risultato di averne adesso due, di pacchi da finire, uno de qua, e uno de là… pur di placare il mio capriccio culinario. (Anzi, a proposito, da un lato magari preparatevi, che è possibile che tale interessante ingrediente spunti di nuovo presto tra queste pagine, dall’altro consigliatemi se ne avete una vostra di ricetta, perché qui hai voglia a cucina’ strano… ;-P)
  2. L’ho scritto seduta su una poltroncina di attesa all’aeroporto di Fiumicino, NON, come si potrebbe ben ipotizzare, aspettando di partire per qualche “esotica” destinazione, ma al contrario, al ritorno da questa, agli ARRIVI, attendendo simpaticamente quasi un’ora e mezzo il treno che mi doveva portare a casa, dato che Trenitalia dopo le 21 non ritiene necessario collegare l’aeroporto più importante della capitale d’Italia con la città, e si riserva di far partire solo UN (e dico uno) trenetto un po’ sul tardi, e festa finita.

Quindi eccomi a scrivere di quinoa all’aeroporto di Fiumicino, invece di tornare a casa, dopo aver guidato per mezza (vabè, non esattamente mezza, ma comunque molta) Sicilia, e aver volato, e con in bocca 3 Tuc, alla modica cifra di quello che potete immaginare all’aeroporto, mentre ho nel sacchetto qui accanto fior di pasta di mandorle d’Avola, grandella di pistacchio di Bronte, pesti di tutte le salse e di tutte le qualità.
Questo per dirvi che ultimamente (e forse si è capito dagli strafalcioni dell’ultimo post scritto intorno alle quattro di notte) quello che compare su queste pagine è, diciamo, fortemente voluto, di questi tempi, e che, sì, va bene, è vero che io ho un carattere molto volitivo e che quando dico una cosa la faccio caschi il mondo, però voi coi vostri commenti mi state molto ma molto incentivando a non mollare e a non mollarVI e a non mollarMI, anche se sono davvero bella incasinata, sissì, in questi giorni… ;)

Allora dicevamo, ricetta normale, per chi è avvezzo alla quinoa, e a scrivere-ovunque-caschi-il-mondo… ;)

Si tratta in effetti di tortine completamente prive di glutine, leggermente umide (a proposito di questo forse si potrebbero provare anche con dei mirtilli essiccati), e dalla texture molto ruvida, anzi meglio, granulosa.
Questo perché ultimamente sto provando ad usare la quinoa “intera”, ovvero non tritata finemente al fine di ottenerne una farina.
E il risultato… Mi piace!
Ho servito queste tortine accompagnate da mirtilli freschi e da una pallina di gelato alla vaniglia, e il risultato, vi assicuro, non delude.

Solo due note:
  • NO per i palati tradizionalisti (cioè se vostro suocero ama le pappardelle al cinghiale – che nemmeno io disdegno, intendiamoci – magari è meglio se gli portate un dolce un po’ più tradizionale, magari a base di un molto più rassicurante pan di spagna ;))
  • Tende ad attaccarsi un po’ allo stampo, quindi forse si può provare ad usare la carta da forno: credo comunque che data la loro consistenza anche da questa vadano separate aiutandosi con una lama di coltello o una spatola, quindi vi consiglio di farne sempre la versione monoporzione, e non unirle mai in un’unica torta da cuocere in uno stampo più grande.


Ok, la ricetta!

Tortine senza glutine quinoa e mirtilli.

ingredienti per 4 tortine
100 g di quinoa
350 g di latte di riso*
1 uovo
40 g di olio extravergine d'oliva
60 g di zucchero
1 cucchiaino di lievito (gluten free)
100 g di mirtilli freschi o secchi

Cuocere la quinoa nel latte per circa 20' o finchè tutto il liquido non è stato assorbito. Mettere da parte e lasciar raffreddare completamente.
Con il minipimer o il tritatutto frullare il tuorlo aggiungendo l'olio a filo.
Sempre frullando aggiungere lo zucchero.
Montare a neve ben ferma gli albumi e tenere da parte.
Aggiungere la quinoa all'emulsione a base di olio e tuorlo, poi versarvi dentro il lievito e gli albumi montati a neve e incorporarli delicatamente.
In ultimo aggiungere metà dei mirtilli e versare l'impasto in 4 stampi per tortina con fondo mobile, unto con olio e infarinato con farina di mais, o rivestiti di carta da forno. 
Aggiungere sopra i restanti mirtilli e cuocere nel forno già caldo a 160 °C per circa un'ora.
Una volta fredde si possono sfornare, spolverizzare di zucchero a velo e servire con altri mirtilli freschi ed una pallina di gelato alla vaniglia.

*io ho usato l'avena, ma come ha suggerito Stefania nei commenti, il latte di avena è consentito (anzi l'avena in generale) in paesi come gli USA, ma qui in Italia l'avena è vietata per preparare cibi che devono essere privi di glutine, perché qui ancora non priva di contaminazione.

lunedì 23 settembre 2013

il lunedì delle amiche: backstage.

foto di Francesca @La gatta col piatto che scotta
Settembre, che mese intenso.
Di quelli che non solo ti sembra di non avere né tempo né fiato, ma in cui questi tempo e fiato ti ritrovi a non averli stando in disparate parti d'Italia.
La settimana scorsa ero a Milano. A fare la food blogger.
Subito dopo a Trento, a fare l'architetto.
Ora che scrivo invece sono in Sicilia, e sono quasi le tre di notte.
Però domani (cioè oggi, per voi che leggete) io avrei un appuntamento, uno di quelli ai quali ci siamo abituati, nel tempo, in un certo qual senso (io più che mai, io e la mia dannata romanticheria).
Si tratta della rubrica "I lunedì delle amiche", in cui nel corso degli ultimi mesi, ormai un paio d'anni, a volte la mia cucina attinge da quelle di alcune amiche blogger davvero speciali, per "rubare loro" una ricetta, cucinarla e proporla nel blog e farci due parole sopra... il che è sfacciatamente una scusa per chiacchierare con voi un po' di loro ;-))...

E in questo caso, ovvero in questo lunedì in particolare e in questo mese veloce e furioso in particolare, l'appuntamento con "I lunedì delle amiche" non tratta nessuna ricetta, se non quella di un "salvataggio al volo" da parte loro, delle mie tre amiche blogger romane.
Viste da fuori sembravamo una specie di Piccole Donne.
Piccole donne sì, ma direi tutte e quattro piuttosto energiche.
E generose. E luminose (sì, vabbè, mi ci sto mettendo dentro anche io.. che, sto a butta' in caciara? ;)).

foto di Barbara @Pane&Burro



Loro, ovvero Laura, Francesca e Barbara, sono state appena una settimana fa la mia personale squadra di pronto intervento.
Di quelle da pit stop di gran calibro: intervento tecnico veloce e cazzuto (si può dire quiiii????), e poi supporto fisico e psicologico, e scambi di messaggi e mail, di raccolta veloce di props in casa delle madri e delle nonne, di "le fai da me le foto, proviamo", di "dai che ce la facciamo", di "ti mando una foto di qualche servizio da tè, dimmi cosa ti serve e vengo col trolley" ;).
Sì perché la settimana scorsa è arrivato l'imprevisto (arriva sempre, l'imprevisto).
Niente di drammatico, in verità. Diciamo che mi occorrevano un paio di scatti in più del previsto per il libro in chiusura.
Diciamo pure, però, che un paio di scatti significa che devi immaginare, elaborare, cucinare due diverse robe, in più, e poi immaginare due diversi set, poi pregare che quello che hai immaginato e preparato venga perfetto al primo colpo e i set assolutamente adatti a quello che devono "contenere".
Ah, poi scattare e postprodurre, ovviamente.

Quindi dicevamo, nulla di drammatico, ma se tutto questo va fatto entro subito e mentre tu sei dall'altra parte del mondo, e poi rientri a Roma e sai che non hai più giorni (né oggi né domani né la prossima settimana), non hai più tempo nè spazio, per farli, quei due scattini, e magari sei un po' provata perché quelli, sì proprio quelli, stanno in coda a 12.000 scattini che hanno, tra una cosa e l'altra, riempito gli ultimi tuoi 3 tre mesi di vita... Insomma se mettiamo insieme tutte queste cose, più le altre non impreviste ma comunque già calendarizzare e belle incastrate a doppia mandata, beh insomma quei due scattini in più o vi immobilizzano, o vi fanno sbroccare.




foto di Laura @ilgamberorusso

Poi però arrivano le tue amiche foodblogger, a salvarti, e allora si decide di "sacrificare" il nostro appuntamento in campagna di domenica mattina e di trasformarlo in parte in set per la sottoscritta, con gli annessi e connessi che dicevo sopra, i messaggi organizzativi, le mail, le chat.
Ognuna mette il suo.
Io cucino, il pomeriggio e la sera prima, Laura mette una casa intera (ovviamente io ho fatto la conoscenza di suo marito e suo suocero secondo il mio cerimoniale standard: ovvero in piedi su una sedia in casa loro, nel loro soggiorno adeguatamente messo a soqquadro, pieno di tovagliolini e posate e ceramiche e vettovaglie sparse ovunque e mobili giusto un pochino spostati ;-)), più attrezzature varie,  e Francesca e Barbara portano delle ceramiche così perfette che le foto si sono praticamente fatte da sole... :)

foto di Francesca @La gatta col piatto che scotta




foto di Laura @ilgamberorussso

Barbara, la mia Barbara, sempre lì accanto con la "rete anticaduta". Con la riposta sempre pronta, con l'idea salvavita. Barbara sta lì. E se ti serviva c'è. A buttare un occhio a quello che hai appena scattato, e a convincere il tannino del tè a collaborare. Se sei poco poco preoccupato, e se Barbara ti dice "ti sistemo il tè", tu sei a posto. Perchè dovete sapere che lei oltre ad essere una cuoca perfetta e una fotografa bravissima, ha anche una food styling nata. 
Ha un vero e proprio istinto per la presentazione. E se lei tu "sistema il tè", alla fine il tè farà quello che vuole lei, e che vuoi tu, nella tua foto!


foto di Laura @ilgamberorusso

E poi Francesca, fotografa vera da prima ancora di essere anche blogger, che ti da i consigli e che ti passa i suoi obiettivi.
Francesca che è sensibile e profonda e attenta. Ed ama fotografare le mani. E coglie le atmosfere. Come  facesse le foto leggermente più distante, con in mezzo una nebbiolina sottilissima che sono tutti i nostri pensieri e i nostri sentimenti.




foto di Francesca @La gatta col piatto che scotta


E Laura, Laura che ha il dono della fotografia e mi sa tanto che lei nemmeno lo sa! Che ti mette a disposizione tutto, che si fa in quattro, che ti fa sentire importante.
Laura che mi ha scattato questa foto qua sotto, che mi piace un sacco.
In cui mi riconosco tanto, con le mie occhiaie dei biscotti finiti di cucinare la notte prima, le impronte della mia faccia spetacciate sul display della mia macchina fotografica, co'sta capoccia spettinata sul collo un po' lungo, che sembro un piccolo struzzo.
E che parlo, parlo, parlo sempre, e faccio le mie smorfie, quelle per cui non vorrei mai essere fotografata, ma da lei sì, dalle mie amiche blogger sì.
Che mi portano le cose da casa, che mi aiutano e che poi mi fotografano mentre scatto e mi mandano vagonate di foto.

foto di Laura @ilgamberorusso
Tutte belle, tutte intense, forse perchè per me significano così tanto.
Ne avevo molte, ed è stata una vera fatica doverle scegliere.
E nonostante la mi attenta selezione, non ho potuto fare a meno di metterne così tante.
So che chi legge capirà.

E a voi care amiche, che dire, se non un grazie enorme ed enormemente sconnesso come questo post finito di scrivere alle 4,15 di mattina, con tutto l'affetto e la forza che ho, con il muso di struzzo e le mie mille smorfie, con la voglia, ancora e tante tante volte, di prendere un tè con voi.
Magari macchiato! ;-P

foto d Francesca @La gatta col piatto che scotta
fotodi Laura @ilgamberorusso


venerdì 20 settembre 2013

I canelés de bordeaux e gli architetti-pasticceri: la mia amica Daniela

A luglio poi sono andata a Parigi.
E' successo che un'amica (italiana come me, architetto come me, amante della cucina come me, ma soprattutto folle quanto me) che abita lì mi chiedesse un giorno "Ma senti, ti andrebbe di venire a Parigi per cucinare insieme?". Ed io subito "sì!!!! Solo che avrei delle cose da "cucinare per forza" in molto poco tempo: posso farle lì da te e fotografarle?"
Il mio periodo di cucina-scatta-elabora-cucina-scatta era infatti già iniziato e vi giuro da allora tempo libero niente di niente, ma tempo pieno di persone straordinarie tanto: e di persone straordinarie ne sono arrivate, a fare da puntelli, a rattoppare, a prendere per mano, a compensare e a fare da cassa di risonanza.
A chi mi diceva "Belloooo, per vacanza?", io rispondevo "Sì, più o meno, vado a cucinare con un'amica".
Gli amici, dicevamo giusto l'ultimo post e pure al post precedente. Come faremmo senza di loro?
Daniela, che mi ha raccolta alla Gare du Nord con la mia valigia piena di piattini, stoffe, scatole e posate, pc, macchina fotografica, obiettivi e pure qualche ingrediente, e che mi ha portata a casa sua come fosse già mia, camminando insieme, con lei già concentratissima ed io sempre un po' sbadata e con la testa per aria, che guardavo le insegne in ferro battuto sulle facciate avanti alla stazione e pensavo che mi facevano pensare tanto ai film di Wim Wenders.
Daniela, che mi ha portata in giro per Parigi per comprare la vaniglia migliore, lo zucchero in cristalli, i nastri, altre stoffe, altri "props", tutti gli utensili che ancora servivano, che si è seduta con me sul bordo del marciapiede quando come mio solito sono stata a tanto così dallo svenire, lei con la bottiglia d'acqua accanto, lei che mi preparava pranzo e cena in modo che io non dovessi fare altro che cucinare quello che mi occorreva, lei che mi prendeva per colazione le chouquettes e che è una delle poche mie amiche che non batte ciglio quando mi vede comprare il burro misurandolo a chili e non a panetti.



Daniela, che si attacca al telefono e col suo perfetto francese chiama tutti i negozi di ceramica e suppellettili (compresi quelli grandi, e si fa passare il commesso del reparto!) per trovarmi un'alzatina, Daniela che tiene il punto, che mi ricorda di contare "quanti ne vengono", che mi aiuta a fare le pesate, che mette gli ingredienti in frigo, che lavora con le mani direttamente nel congelatore per il troppo caldo (e poi un po' se le congela!), Daniela che mi da i tempi, che mi fa la borsa dell'acqua calda (perché in effetti non è che io sia così robusta... ;)), che mi dice "buonanotte" mentre scrivo le ricette che cucineremo il giorno dopo, che si alza e fa piano per non svegliarmi (anche se io sono già sveglia ;)) e che va al mercato di buon ora così poi abbiamo tutto il tempo per lavorare.
Daniela che è precisa da morire, perchè lei la pasticceria l'ha studiata proprio, che stende la frolla perfetta perchè come se non bastasse è pure architetto, che mi riempie il sac à poche perchè io sarei capace di versarmene la metà del contenuto addosso.
Daniela che la meringa la vogliamo rifare due volte, una all'italiana e una alla francese, finchè non ci convince, e che poi siamo piene di caramello, io lei e la macchina fotografica.
Daniela che mi ha aiutata lei nemmeno sa forse quanto, a prendere concentrazione, e che mi ha regalato alcune tra le più belle serate di questa estate, noi due sedute al tavolo, "piccole e rognose", a tagliare i fogli di acetato che servivano a tenere il gelato ma che sembravano, dicevamo ridendo, i pezzi di un modellino di architettura (e quanti ne abbiamo fatti, entrambe, all'università... ;)), con la finestra aperta mentre e la notte e l'aria di Parigi facevano scostare le tende, e Berenger, di là, lavava i piatti....




Grazie amica, un grazie davvero speciale per la naturalezza con la quale hai aiutato ed adottato me, la mia cucina, la mia macchina fotografica, il mio casino esistenziale e fisico nel tuo soggiorno dalla luce perfetta, quasi sempre in piedi su una sedia con tutto messo sottosopra, esattamente come Berenger ci trovava la sera tornando dallo studio, dopo che avevamo passato la giornata (io in testa ;)) a mettere a ferro e fuoco la casa, paziente lui e paziente tu, siete stati impagabili, e davvero speciali.

La ricetta che vi sto proponendo oggi è quella dei canelés di Bordeaux, come perfettamente eseguiti e messi a punto proprio da lei.
Vi assicuro che sono una delle cose più buone che io abbia mai mangiato.
Il loro sapore e la loro consistenza hanno qualcosa di sofisticato e semplice, immediato, al tempo stesso. Hanno un sapore che riguarda la memoria.

Non ho resistito e vi ho messo la ricetta para-para come me l'ha trasferita Daniela, perché dalla precisione e dall'accuratezza con la quale è stata scritta, compresa la sua nota per me sotto, si capisce molto di lei... <3

Canelés (dolcetto tipico di Bordeaux)

Per 36 canelés medi (l'impasto va preparato il giorno prima)
1 lt di latte
280 gr di farina
450 gr di zucchero
2 uova intere
4 tuorli d'uovo
50 gr di burro
10 cl di rhum
2 baccelli di vaniglia


Mettere il latte, il burro e i baccelli di vaniglia aperti e grattati in una casseruola e portare a ebollizione e spegnere il fuoco. Lasciare in infusione almeno 15 minuti.
Nel frattempo mescolare con lo sbattitore la farina passata al setaccio, le uova e lo zucchero facendo attenzione a non formare dei grumi. Riscaldare di nuovo il latte e spegnendo ai primi segni di bollore. Una volta tolti i baccelli di vaniglia,  incorporare il latte caldo all'impasto precedente facendolo cadere a filo, usando uno sbattitore o una frusta. Mettere l'impasto ottenuto ( che sarà abbastanza liquido e senza grumi) in una bottiglia di plastica e metterlo a riposare in frigo per una notte e fino a 24h. Tirare fuori dal frigo l'impasto almeno due ore prima della cottura per riportarlo a temperatura ambiente. Aggiungere il rhum e agitare per bene. Mettere l'impasto negli stampi precedentemente imburrati à 1-2 mm dal bordo e infornare  su una teglia già calda a 270C° per 10-12 minuti. In seguito abbassare la temperatura a 190 C° per almeno 45 minuti. I cannelés sono pronti quando assumono una colorazione uniforme. 


NOTE PER ROSSELLA:
- la cottura che ho descritto è abbastanza generica. Nei miei vari test ho potuto notare che l'ideale è di far cuocere i cannelés nella parte bassa del forno (statico) mettendo addiruttura la funzione cottura solo dal basso nell'ultimo 1/4 d'ora.
- io ti consiglio di mettere una ricetta per 1/2 lt di latte perché senno ci sono troppi stampini e non credo che i tuoi lettori riescano a metterne tanti in una sola informata con degli stampi in silicone. Bisognerebbe evitare di mettere due teglie una sull'altra altrimenti la cottura non risulta uniforme.
- per  imburrare i miei stampi in metallo uso il burro spray ....è più comodo e arriva in ogni angolino. Ed è sicuro che poi i maledetti escano intatti, altrimenti si incollano sul fondo e non ti dico la pazienza per pulirli poi. Ma con il silicone (brrrrr....) non dovrebbero avere problemi.
- se vuoi fare qualche accenno storico http://fr.wikipedia.org/wiki/Canelé- questi sono i produttori più conosciuti a livello commerciale http://www.baillardran.com/











mercoledì 18 settembre 2013

I tartufi al cioccolato e il mago della luce e dell'ombra: il mio amico Marcello.

Marcello è stato il primo degli amici a sapere del libro.
Ma era come se se lo sentisse già prima di me.
Anche se lo ha saputo appena solo tre ore dopo di me.
Era un pomeriggio di fine maggio, a Milano, un freddo cane per essere quasi estate, o forse la mia solita sveglia all'alba più viaggio da Roma, più le riunioni mattutine, stavano davvero dando il loro effetto, e stavamo facendo le nostre mille (sempre troppo poche) chiacchiere davanti ad un caffè, quando lui, con la sua solita naturalezza, ha alzato il suo sguardo acuto, e brillante, e pulito, e ha detto: "Ma tu, un libro?".
Ed io, con la mia solita aria svagata e che mentre rispondevo mi stupivo di quello che in effetti stavo dicendo, come stesse parlando qualcun altro, come non potesse essere del tutto vero, a quel punto ho detto "Un libro, sì, da qualche ora fa....".
Ovviamente non dimenticherò mai il suo sguardo di risposta, tra il felice l'orgoglioso e il "io l'avevo detto", prima grande iniezione di energia per me, che già ne avevo così tanto bisogno...
Da allora, come vi ho già accennato, chili di burro, gradi di forno, giga di foto, e qualche giorno fa, di nuovo Milano.
Ci siamo visti al volo x una chiacchiera e nonostante non avessimo minimamente pianificato nulla, guarda caso avevamo entrambi le nostre macchine fotografiche, ed io, che ormai sono abituata a far viaggiare teglie intere e pagnotte di pane, figuriamoci du' pallette al cioccolato e 4 piattini in croce, avevo con me questi tartufi al cioccolato.
Tre secondi dal "ciao, come stai?" e già stavamo spostando un tavolo in funzione della luce.
La luce.
Che bel problema, la luce, per me, che soffro da sempre di claustrofobia fotografica (e voi lo sapete bene ;) e che cerco il bianco ovunque.
Io starei sempre a fotografare sotto la luce sparata. E invece, l'impavido Marcello che ha il dono della fotografia nella punta delle dita, che va oltre la tecnica (che tutti posso imparare ma se non hai la sensibilità ciao) e sa sentire le persone, le guarda dentro non so attraverso quale lente fornita appositamente da Madre Natura, l'impavido Marcello, come se danzasse, scatta. Legge le persone, legge la luce e scatta.
E allora anche io, che di Marcello ho una stima enorme e che lo ascolto sempre con molta attenzione (ci mi conosce sa che la mia capacità di ascolto non è sempre, ehm, come dire, esclusiva ;)) ho detto proviamo.

Facciamo un esercizio di ombra, cambiamo gli occhiali, perchè per cercare la luce, con l'istinto per l'aria e il bianco di Vaniglia, c'è sempre tempo, mentre per le ombre, e gli scuri, e i colori profondi, quelli si imparano con le persone che li sanno vedere!
E quindi insomma, ecco i miei compitini a casa sull'ombra, mentre dal Marcello nazionale, o meglio nel suo blog Mela e Cannella, su luce e ombra ci potete trovare un trattato magistrale (più foto di me medesima che scatto, come in un gioco di specchi), insieme ad una ricettina di quelle facili-facili, che non serve il forno e all'occorrenza potete anche sbattere in valigia per andarla a fotografare con il vostro fratello mancato a qualche centinaia di chilometro di distanza....

tartufi al cioccolato e mascarpone (per circa 30)
ingredienti
2 tuorli
100 g di mascarpone
40 g di cacao amaro in polvere
200 g di biscotti sbriciolati finemente*
30 g di zucchero semolato
confettini vari, o scaglie di cocco, o altro cacao amaro in polvere per decorare

La ricetta è semplicissima: si tratta di assemblare, mescolando con l'aiuto di una forchetta ed infine con le mani, tutti gli ingredienti fino a formare un impasto solido e compatto.
Da quest'impasto, formare con le mani tante palline dal diametro di 1,5-2 cm, ed infine farle rotolare in un piatto nel cocco, negli zuccherini o nel cacao in polvere.
(Vi salvano la vita ad una festa di bambini ;))
Conservare in frigo.

*io ho preparato questi bonbons tipo a notte fonda prima della solita sveglia all'alba di quando si deve prendere il treno presto la mattina dopo, insieme alla valigia che mi avrebbe accompagnata non in uno ma in due posti diversi perchè ultimamente le trasferte si fanno "triangolari", a casa mia (ecchè, vogliamo fare andate e ritorni e BASTAAAA? ;)), quindi, ovviamente, a quell'ora tarda e nel mio bordello di cucina, ultimamente più che mai, non trovavo il tritatutto. Questo per dire che i 200 grammi di frollini potete tranquillamente e finissimamente tritarli anche mettendoli in una busta per alimenti (di quelle che si usano per congelate), e poi passarli (sì, insomma, rullarli) più e più volte con un mattarello.




Ed insomma, eccolo qua, Marcello, il fotografo che sa vedere dentro, come da me immortalato (façon Robert Pattinson), in un purple evening in Milan in cui senza preavviso siamo riusciti ad improvvisare quanto dicevamo da tempo: scattare insieme, e parlare, parlare, parlare, di quanto siano belle le luci. E le ombre.
Beh, il resto lo leggete QUI, da lui! ;)

lunedì 16 settembre 2013

Un libro.


Forse qualcuno di voi già sa.
Qualcuno che mi segue su Facebook o su Instagram ha già capito. Oppure voi lettori del blog, magari dal tono a volte stanco a volte indaffarato di alcuni post, magari a causa del mio (insolito, sì) latitare su queste pagine durante i mesi estivi, avete intuito qualcosa di diverso...
Il fatto è che è stata un’estate intensa. Un pezzetto, quello facile, la parentesi del “riposo”, ve l’ho già raccontato.
Il resto invece comincia ad arrivare oggi. A rate. ;) 
Il resto di un’estate che forse un po’mi assomiglia. O che assomiglia a ciò di cui ho bisogno. Mobile. Piena di aria e di luce. Sempre assetata. Sfinita e al tempo stesso instancabile.
Un’estate sospesa ed inerpicata, dimentica del sonno e della fame. Coi ritmi un po’ spostati e sicuramente abbastanza forzati, in cui ho visto ed imparato un sacco, ed in cui gli eventi sembravano rincorrersi ed incastrarsi alla perfezione, in un susseguirsi che visto da fuori poteva apparire a volte troppo serrato, ma che visto con i miei occhi aveva un ritmo che mi calzava addosso alla perfezione.



Treno, cucina, aereo, macchina fotografica, treno, forno, scatti su scatti, ricerca, prove, riprove, incrocio di dita e di nuovo treno, e padelle e zaini e ingredienti trasportati qua e là, e ancora forno e forno e forno, e il caldo di agosto, e le ore piccole, e le foto, e le mail, e il pc, e poi invii e ragionamenti e cucina, di nuovo.

E in mezzo le fughe al mare, e in campagna (con cibo, e stoffe, e macchina fotografica al seguito), e da una parte i miei cugini a farmi da spalla per i finesettimana "adriatici" a riprendere il fiato, e dall'altra le mie sorelle incredule della forza che esce da chissà dove, e dall'altra ancora un uomo paziente che aspetta, e mi guarda cucinare e arrampicarmi e scattare, e lavorare e poi fare lo zaino e partire, e poi tornare.
E ancora mia madre che va reperendo suppellettili di ceramica e stoffette pregiate, e mio padre cha ancora deve abituarsi all'idea di avere tutto quel cibo cucinato intorno, e quel profumo di buono nell'aria, senza poter assaggiare nulla prima di un mio "permesso".








E poi ci sono gli amici, quelli che ti supportano, che ti compensano, che al momento opportuno ti danno la spintarella che serve senza mai strattonarti però, quelli che trovano rimedio a tutti i mali, quando sembra che la tua energia in quel momento sia finita e non c'è niente come l'intervento di un amico che ti accompagna a fare una foto, o che ti dice "ti aiuto io", o che ti porta i fiori che sa che ti servono per allestire un set, sì, ma che ti piacciono anche tanto...


Tutto è iniziato tra fine maggio e fine giugno, quando è arrivato il via libera ad un progetto che inseguivo da un po’, col pensiero, senza avere il coraggio di ammetterlo nemmeno con me stessa, quel sogno di scrivere e fotografare un libro di cucina.
Da allora i tempi veloci e una certa disciplina organizzativa (nonchè follìa realizzativa ;)) hanno preso il sopravvento su tutto, ma io sono resistente (o almeno lo è la mia testa, il corpo vabè un po' meno, ma da queste parti è la capoccia dura che comanda ;)), e se sì, un sogno è bello da inseguire, e soprattutto da realizzare, al tempo stesso bisogna portare avanti il proprio lavoro, la propria vita (già bella scapicollata! ;)) e la propria famiglia, e tutto diventa così intenso che a volte fatico anche io a capire cosa sto facendo e come faccio a farlo...

La risposta forse sta nella passione, che se ti lasci portare quella ti porta, non c'è dubbio, quella sì che ti mette le ali ai piedi, soprattutto se sei un attimino predisposta, se cucini e scatti da anni solo per il piacere di farlo, se hai un rispetto assoluto per la carta stampata e subisci da sempre il fascino della fotografia.



E' quella che ti fa fare tardi la notte, quando è buio e finalmente riesci a metterti con la testa sulle ricette nuove da realizzare il giorno dopo, e che la mattina seguente ti fa vedere con quanta luce brillano gli stampi della prossima infornata: pensi siano lì a farti l'occhiolino e dirti che tutto andrà per il meglio.
Perchè sì, io adesso ho davvero bisogno non solo di occhiolini, e di luce, e di energia.
Ho bisogno di tutto il vostro apporto, perchè sono in chiusura e non potevo più tenermela 'sta cosa, avevo bisogno di dirvela ed ho bisogno di voi.
Mi serve il vostro tifo, una vera e propria ola.
Mi mancano ancora qualche nottata, qualche viaggio, qualche triplo salto avvitato su me stessa.
Ancora qualche trasferta per lavoro, di quelle che di giorno sei architetto, che rientri a notte fonda e in treno sei fotografo che postproduce al pc, e che la mattina dopo sei la tua commis de cuisine che si sveglia all'alba a sgusciare la frutta secca ;)


Per i dettagli non so davvero da dove iniziare, giuro che piano piano vi racconterò tutto.
Abbiamo in fondo ancora un po' di tempo, un po' di chiacchiere da fare, un po' di pazienza (da parte vostra ;)) da portare.
Un abbraccio forte, non schiodatevi da qui e battete un colpo, oggi più che mai che ne ho fortemente bisogno! ;)



venerdì 13 settembre 2013

Tarte semi-integrale con pomodori, mozzarella e mandorle

Che, pensavate che avevamo finito?
Coi pomodori, intendo.
Perché se di "fissa" si tratta non è che ce la possiamo cavare con un post solo (anzi due, perché lunedì scorso, sì abbiamo parlato di mare e di onde e di vento e di paesaggi, ma in qualla insalatina lì, insieme a tanti altri ingredienti buoni cosa c'era se non una bella dose estiva di pomodori??? ;-P).
Quindi oggi sempre pomodori, e sempre sotto forma di qualcosa di molto classico, qui in casa Vaniglia.
Una tarte che come contenitore potrebbe sembrare molto francese, mentre come contenuto è estremamente italiana ;)
Pomodori e mozzarella infatti, insieme alle mandorle. A piacere anche un po' di rucola se volete davvero rivendicare l'italianità del piatto.
Anzi, già che ci siamo, datemi un parere sulle foto, dato che io mi sono come al solito consumata nella scelta.
A prescindere dalla messa a fuoco infatti (sì, dai, chiudete un occhio ;)), quale preferite tra le due? Io ne avevo messa una che sono sicura non è quella che avreste scelto voi, però vorrei confermare questa mia sensazione con i vostri commenti, facciamo un toto-foto, mi va di sapere a voi cosa piace e magari perché.
Infondo le foto variano di poco, a voi la parola, voi quale avreste scelto?
Come gusto, manco a dirlo, sono buone tutte e due!

Ovviamente questa tarte salata è un augurio per un meraviglioso week end, che se il tempo ci assiste magari si può fare anche un picnic e questa si affetta e trasporta (e mangia) che è una meraviglia, lì, all'aperto.... ;)



Tarte semi-integrale con pomodori, mozzarella e mandorle
ingredienti per la pasta
100 g di farina 0
100 g di farina integrale
100 g di burro morbido
4 cucchiai di acqua fredda
1 pizzico abbondante di sale grosso
ingredienti per la farcitura
4 pomodori
2 mozzarelle da 125 g ciascuna*
una grossa manciata di rucola
uno o due rametti di basilico
3 cucchiai di farina di mandorle
2 cucchiai di mandorle a lamelle
olio, sale e pepe, origano secco

Mescolare le farine con il sale, aggiungere il burro a pezzetti e mescolare con la punta delle dita.
Aggiungere l’acqua fredda a filo e mescolare velocemente, formando una palla liscia ed omogenea.
Stendere l’impasto a circa 4 mm di spessore e foderarvi una teglia o una tortiera diametro 28 cm rivestita di carta da forno. Bucherellare, cospargere di farina di mandorle e cuocere in forno già caldo, a 180 °C, per 10 minuti.
Nel frattempo lavare i pomodori e tagliarli a fette.
Strizzare benissimo le mozzarelle e tagliarle a fette.
Una volta cotto e leggermente intiepidito il guscio, disporvi, alternandole, le fette di pomodoro e quelle di mozzarella, condire con sale, pepe, poco olio extravergine d’oliva e cospargere di mandorle a lamelle ed origano secco.
Cuocere ancora una mezz’ora abbondante o finchè la mozzarella non si è asciugata bene e dorata.
Condire la rucola con olio e poco sale e metterla, insieme a qualche foglia di basilico, sulla tarte una volta sfornata prima di servire.
E’ buona calda, tiepida, addirittura fredda!

*o anche meglio mozzarella da pizza, meno acquosa



mercoledì 11 settembre 2013

La passata di pomodoro e le mie "fisse" di fine estate...


Tutte queste cose le imparavo nella quotidianità. 
Quello che mi stupiva era che la salsa di pomodoro per la pasta che preparava mia madre, per esempio, per quanto fosse fatta secondo un procedimento che a me sembrava identico, non aveva lo stesso sapore di quella delle mie zie. 
Ciascuna aveva il suo stile, la sua sfumatura particolare. 
E' stato così che il fascino del cucinare ha cominciato a sedurmi.


Stavo pensando ieri che io ho le "fisse" di fine estate.
Ma insomma. Infondo chi non le ha?
Ripeto (e questo è un appello accorato a voi che leggete ;-)): chi non le ha?
A casa mia le fisse di fine estate oscillano.
Possono essere semplici piccoli piaceri, come per esempio riguardare una foto e pensare a quanto era bello quel posto o buono quel sapore, o mettere un golfino di cotone o addirittura di lana e magari grande due taglie di più, magari vecchio e un po’ sformato ma del quale non si potrebbe fare a meno, sopra la pelle ancora abbronzata, sopra ai “vestiti dell’estate”, oppure farsi beccare senza ombrello dal primo acquazzone della stagione, ancora in sandali e con quelle gonne lunghe e leggere e un po’ zingare, e scendere dalla fermata dell’autobus e poi correre nel viale alberato fino a casa, facendo lo slalom tra le pozzanghere ancora sottili e i mucchietti di aghi di pino e rientrare completamente zuppa, grondando e ridendo di cuore (perché non c’è cosa più bella che avere la scusa per farsi bagnare dalla pioggia, quando le temperature ancora lo permettono).
Oppure possono essere vere e proprie fissazioni.
Ovviamente culinarie! ;)
A fine estate i miei occhi vedono solo mirtilli. E more. E le mie mani pensano a delle frolle rustiche e ruvide, integrali e dal sapore deciso. 
E frutta ovunque, come se prima dell’arrivo dell’autunno e poi dell’inverno dovessi fare il pieno. E mi va di mangiarla, e cucinarla e raccoglierla, altra scusa per prolungare il tempo all’aperto, perché alla fine dell’estate gli spazi chiusi ancora mi stanno un po’ troppo stretti e la Vaniglia che alberga in me vorrebbe ancora aria, e acqua e luce, esattamente come fossi un albero…

E poi ci sono loro. I pomodori.
Alla fine dell’estate vedo letteralmente rosso.
Dev’essere per qualcosa che ha molto a che fare con una mia memoria olfattiva legata al Sud dell’Italia dai miei nonni, ai vicoli di pietra bianca e grigia e alle cantine aperte sulla strada, alle donne di tutte le età in vestaglia (di quelle senza maniche, scure a fiorellini, davanti “a doppiopetto” e che si chiudono dietro alla schiena con un laccetto) e grembiule, capelli legati e pentolone davanti, e a quell'odore acido e dolce che quando ero piccola mi dava tanto fastidio e pareva invadesse tutte le strade del centro del paese e che adesso vado cercando in giro per confermare a me stessa che l’estate ha fatto il giro di boa.
Quindi sì. I pomodori.

Oggi ve li propongo in una versione in salsa, sicuramente più delicata di quella che quando ero piccola disturbava (e conquistava, senza che ancora io lo sapessi) le mie narici, e che è invece la ricetta di casa della parte marchigiana della mia famiglia, tramandata da generazioni e che, guarda caso, viene da una vecchia ricetta di Pellegrino Artusi, che nel suo libro “La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene ”, recita così:


Salsa di pomodoro
C'era un prete in una città di Romagna che cacciava il naso per tutto e, introducendosi nelle famiglie, in ogni affare domestico voleva mettere lo zampino. Era, d'altra parte, un onest'uomo e poiché dal suo zelo scaturiva del bene più che del male, lo lasciavano fare; ma il popolo arguto lo aveva battezzato "Don Pomodoro", per indicare che i pomodori entrano per tutto; quindi una buona salsa di questo frutto sarà nella cucina un aiuto pregevole.
Fate un battuto con un quarto di cipolla, uno spicchio d'aglio, un pezzo di sedano lungo un dito, alcune foglie di basilico e prezzemolo a sufficienza. Conditelo con un poco d'olio, sale e pepe, spezzettate sette o otto pomodori, e mettete al fuoco ogni cosa insieme. Mescolate di quando in quando e allorché vedrete il sugo condensato come una crema liquida, passatelo dallo staccio e servitevene.
Questa salsa si presta a moltissimi usi, come vi indicherò a suo luogo; è buona col lesso, è ottima per aggraziare le paste asciutte condite a cacio e burro, come anche per fare il risotto N.77

Questa invece la versione di mia mamma, come tramandato da mia nonna, e come a lei arrivato dalla zia Casilde...

ingredienti
un filo d'olio evo
7/8 pomodori (ramati, san marzano, perini, ...) maturi e tagliati grossolanamente con la pelle e tutto
1/2 cipolla piccola
1/2 carota
1 pezzo di sedano
1 spiccio di aglio a piacere
1 rametto di maggiorana
1 buona manciata di foglia di basilico (almeno 7/8)
sale grosso

Tagliare tutta la verdura a pezzi e e porli a fuoco moderato in una casseruola coperta, con un filo d'olio, mescolando con un cucchiaio di legno. Quando le verdure, e soprattutto la carota e il sedano, saranno ben appassite (15-20'), passare al setaccio e imbottigliare o invasare in recipienti di vetro preventivamente sterilizzati, chiudere ermeticamente e far bollire i recipienti con la salsa, ben coperti dall'acqua e separati da un canovaccio di cotone (calcolando 30' da quando l'acqua inizia a bollire).
Lasciar freddare nella pentola stessa, poi riporre in un luogo fresco e asciutto al riparo dalla luce.


Questa ricetta è perfetta sia per dei sughetti immediati per la pasta sia per delle conserve di "sugo pronto" fatto in casa da invasare o imbottigliare in vetro e utilizzare nell'arco dell'inverno (tenere in frigo una volta aperti e consumarli nel giro di due o tre giorni)...

E' un sughetto leggero e fresco, buono anche per condire una pasta "a freddo".
Io la uso anche per le bruschette, aggiungendoci all'ultimo una marinatina di olio aglio a pezzetti e basilico tagliato sottile, cosa che non sta affatto male anche nella versione pastasciutta.

Buone conserve a tutti, e se vi va di raccontarmi le vostre “fisse di fine estete”, io son qui… :D


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