giovedì 23 febbraio 2017

Il fascino di Venezia, le frittelle di carnevale, e quel certo non so che di rosa "antico"...

Quasi un anno fa ho fatto uno di quei "viaggetti alla me" in due delle città che più amo al mondo, infilandone di fatto tre, ovvero in assoluto le mie tre preferite: tutto treno, Roma - Venezia - Parigi - Roma.

Sono una tipa piuttosto vintage e l'aereo mi fa tanto viaggio di lavoro più che di piacere (a meno che non sia alle Bahamas, in quel caso credo potrei anche chiudere un occhio e sopportare i pavimenti specchianti, le sale di attesa, i gate e le grandi vetrate ;-)), quindi ecco, valigia, treno veloce per raggiungere Venezia, e poi dopo qualche giorno lì, treno lento che ti addormenti in Italia e ti svegli in Francia.

Nonostante alcuni vostri incoraggiamenti (tipo quando ho pubblicato qui le foto della città in cui abito, nei bei tempi in cui ancora nessuno si sognava di insozzare la dimensione magica e sovrannaturale "di soglia" che si varca entrando al Pantheon, con un biglietto), devo ammettere che per me fotografare luoghi che amo con tanto ardore è davvero difficilissimo.

Così, dei 1.500 e rotti scatti realizzati a Venezia quasi un anno fa, ogni volta mi ripropongo di condividerli con voi qui, e ogni volta mi freno, aspetto (chissà cosa?), pospongo..

Oggi no.
O meglio, oggi avevo in programma di parlarvi solo di superveloci (in linea con la tendenza settimanale ;)), e buonissime, frittelle veneziane per festeggiare insieme il giovedì grasso, e stavo per andare semplicemente così, se non mi fosse venuto in mente che mi stava mancando qualcosa.

E' stato il colore del piatto utilizzato per questo scatto, a dirmi cosa mancava, mancava Venezia!

Io lo so cosa amo di Venezia.
Sì, il chiaroscuro, il camminare orientandosi in modo assoluto al di là delle calle, come navigando per mare, con riferimenti che, nel mio caso, non sono "Rialto", o "Piazzale Roma", ma una sorta di rosa dei venti tutta mia. Io, che mi oriento malissimo ovunque, non mi perdo mai a Venezia.

Quindi dicevamo il chiaroscuro che è fatto di ombre e luci ma anche di volumi, lo stretto versus un'apertura, una calle e poi all'improvviso un campo. E i passaggi. Il "passare sotto", "lo storto", quelle linee che a fotografarle non tornano mai, e sono bellissime, la parola strada che perde qualsiasi significato, anche sulla terraferma.

E poi c'è l'acqua. L'acqua e i suoi riflessi.

Ma quello che mi manda proprio via di testa, a Venezia, sono i colori. Non i colori in sè (chi mi conosce poco-poco in relazione alle mie foto sa che io sono tutt'altro che coloratissima), ma cosa succede ai colori con l'acqua.

Venezia è un enorme gradiente, è la pietra colorata che succhia acqua  e luce,  anzi, non solo, sono tutte le pietre (e il legno, le palificazioni in legno!!!) di cui è fatta la città, che diventano per la natura della città stessa come un dipinto: Venezia è acquarellata "di suo", è già dipinta, è dipinta prima ancora di esserlo ed esserlo stata!

Ed è meraviglioso quel punto (ancora una soglia? come il Pantheon? ;)) in cui sulle facciate si incontrano l'acqua sia come riflesso sulle stesse che come umidità di risalita che "satura" e contrasta la base degli edifici e la luce che arriva da sopra, a volte quasi solo in verticale, tanto sono stretti gli spazi e ravvicinati i muri...

Questo, dopo tanto tempo, l'ho capito solo fotografando.
Perchè quei 1.500 e rotti scatti di cui vi parlavo qualche riga sopra, non son mica 1.500 soggetti diversi, ma sono frutto del mio stupore misto ad incaponimento.

Io, incantata con la macchina fotografica attaccata alla faccia, a cercare di ca(r)pire il segreto di quella luce, anche se lo so, lo sappiamo tutti, che quel segreto e quella magia, per quanto ci si possa avvicinare, non sarà mai del tutto comprensibile...


In compenso quello che noi poveri mortali "cucinatori" possiamo capire, è il segreto di una buona frittella veneziana.

Io, per non sbagliare, sono andata a rivolgermi ad uno dei mie personali numi tutelari in ambito di cucina veneziana, ovvero dalla mia amica Valeria del blog Life Love Food (vi ricordate? Vi avevo parlato di lei anche qui...), e ho voluto provare a cucinare le sue frittelle veneziane ("favette").

Hanno tutti i pregi, perchè oltre ad essere veloci e realizzabili con ingredienti semplici, al contrario di quanto dice Valeria (unica cosa su cui mi permetto di dissentire ;)), queste frittelle sono ancora buonissime, se non addirittura ancor più buone! ;-P anche il giorno successivo!

Sono anche molto veloci da fare, quindi le consiglio vivamente a tutte le mamme (nonne sorelle fidanzate mogli, ma anche mariti babbi etc etc) che vogliono far contento qualcuno che amano anche se hanno a disposizione poco poco tempo... ;).

Insomma, ci mettete più a leggere il post e guardare le foto che a friggere 'ste due pallette...

Ecco a voi.
Il colore di oggi è il rosa, "antico", o "umido", come piace a me, come una facciata veneziana.

E chissà che questo escamotage non mi aiuti "di piatto in piatto" a sciorinarvi un po' dei 1.500 famosi scatti... ;)

Piatti TRIBU e ACQUARELLO in vendita da DishesOnly
FAVETTE VENEZIANE PER CARNEVALE
ingredienti
200g di farina
60g di zucchero semolato, + circa 60 gr per spolverare
8g di lievito in polvere
un pizzico di sale marino
la scorza grattugiata di 1 limone non trattato
2 uova medie
40g di burro non salato, a temperatura ambiente
15ml / 1 cucchiaio di grappa o liquore all'anice*
i semi estratti da una bacca di vaniglia
L'olio di girasole, per friggere

*io qui ho fatto "la marchigianata" e ho usato Anisetta 

In una ciotola capiente, mescolare farina, zucchero, lievito, sale e scorza di limone.
Fare un buco al centro e rompervi le uova. Aggiungere il burro morbido a cubetti, il liquore e la vaniglia, e mescolate tutto per unire. Proseguendo con le mani, impastare fino ad ottenere una superficie liscia, elastica e leggermente appiccicosa.
Avvolgere nella pellicola trasparente e lasciare riposare per qualche minuto.

Trascorso questo tempo, dividere l'impasto in cinque pezzi di circa la stessa dimensione. Stenderli in cordoni spessi come il pollice, poi tagliarli in pezzi grandi come una nocciola. Con le mani, formare con ogni pezzo in una palletta.

Mentre la pasta riposa, riempire una padella a bordi molto alti di olio e porla sul fuoco medio-basso. Attendere che l'olio raggiunga la temperatura di 180 °C (io ho usato un termometro, ma Valeria consiglia anche, in mancanza di questo, di inserire nella padella il manico di un cucchiaio di legno: se si formano delle piccole bolle formando intorno al manico del cucchiaio, l'olio è pronto).

Friggere le frittelle ottenute in gruppi di 8-10 fino a che non diventano dorate.
Scolarle con un mestolo forato e trasferirle su un piatto foderato con carta da cucina.
Lasciarle raffreddare leggermente, poi rotolare nello zucchero semolato e mangiare calde o entro lo stesso giorno.










lunedì 20 febbraio 2017

La focaccia di Federico Turri alla locanda Locatelli di Londra

Eccomi finalmente!
Settimana impegnativa quella appena trascorsa, per non parlare di quella che comincia oggi!!!

Ma sono contenta, perché ho iniziato a lavorare ad un nuovo progetto di cui spero di parlarvi presto, e nel frattempo esercito quella "cucina di sopravvivenza" che ci piace tanto (soprattutto quando ci salva in extremis!), e della quale invece posso parlarvi fin da subito! ;-P

In realtà, più che un parlare, è un "ri-parlare", dato che si tratta di una ricetta che spopola nel web da e per anni, grazie anche all'apporto della madre di tutte le foodblogger italiane, ovvero Sigrid.
Ma ne hanno parlato poi molte amiche, da Benedetta di Labna a Barbara di Babs, fino a Marina che pochi giorni fa se n'è uscita con un post dedicato facendomi venire voglia di rispolverarla anche a me!
Allora, dato che avevo un tantinello di lievito madre da fare fuori, ho voluto provare una mia versione a lievitazione naturale, che vi passo subitamente!

La ricetta è di Federico Turri, che l'ha ideata per la Locanda di Giorgio Locatelli a Londra, luogo in cui si occupa della panificazione per questo famoso ristorante siciliano in terra straniera (o occupava, ho fatto un po' di ricerca online ma non sono riuscita a capire se c'è ancora lui, dato che la notizia sulla paternità della ricetta ce la dava Sigrid quasi 10 anni fa!).

Ora io capisco che il bello di questa ricetta sta proprio nella sua velocità di esecuzione, tanto che da molti viene definita "senza impasto", o "furba", ma siccome a me piace tanto impastare, e l'aggettivo "furbo" non è mai andato tanto a genio, ho pensato che potevo postarvi entrambe le versioni (la prima la mia, la seconda presa in prestito dal blog della mia amica Marina), così chi come me ha bisogno di utilizzare e rinfrescare la pasta madre, può fare quella a lenta lievitazione, mentre chi ha bisogno di una focaccia veramente fast, può andare di lievito di birra!

In entrambi i casi, mortazza e birretta sono d'obbligo! ;-P



Focaccia di Federico Turri per la locanda Locatelli (versione con lievito madre)
ingredienti per una teglia tonda da 28 cm circa
250 g farina manitoba
250 g farina 00
120 g di lievito madre maturo e a temperatura ambiente
310 g acqua appena tiepida
2 cucchiai olio d’oliva extravergine
10 g sale
per la salamoia
50 g acqua a 20°C
50 g olio d’oliva extravergine
12 g di sale

Sciogliere il lievito madre nell'acqua.
In una ciotola capiente, mescolare le farine, versare al centro l’olio e il lievito sciolto nell’acqua.
Mescolare bene con un cucchiaio, aggiungendo il sale alla fine, poi ungere la superficie dell’impasto con poco olio e lasciar riposare, coprendo la ciotola con un piatto, per 45 minuti.
Rivestire con della carta forno una teglia da forno e ungerla con un filo di olio, rovesciarci l’impasto e lasciar riposare per 45 minuti.
Trascorso questo tempo, usando il matarello e partendo dal centro, stendere leggermente la focaccia, una volta verso il basso, e una volta (sempre partendo dal centro) verso l’alto, senza premere troppo in modo da non rompere le bolle d’aria che si stanno formando all’interno. 
Lasciar riposare un'ora e mezzo.
Quando l'impasto ha ben lievitato, emulsionare tutti gli ingredienti della salamoia (ci si può aiutare agitandoli in un barattolino a chiusura ermetica) e con la punta delle dita, formare dei buchi sulla superficie dell’impasto.
A questo punto versare tutta la salamoia sulla focaccia (sembra tanta, ma ci va tutta!), riempiendo tutti i buchetti formati prima. Lasciar riposare di nuovo per circa 45 minuti.

Infornare a forno già caldo a 220°C, lasciando cuocere per 25-30 minuti o finché la focaccia non sia dorata. Lasciar intiepidire su una griglia prima di servire.




Focaccia di Federico Turri per la locanda Locatelli (versione con lievito di birra)
ingredienti per una teglia tonda da 28 cm circa
250 g farina manitoba
250 g farina 00
15 g lievito di birra fresco 
310 g acqua a 20°C
2 cucchiai olio d’oliva extravergine
10 g sale
per la salamoia
65 g acqua a 20°C
65 g olio d’oliva extravergine
15 g di sale 

In una ciotola capiente, mescolare le farine e il sale, versate al centro l’olio e il lievito sciolto nell’acqua.
Mescolare bene il tutto con un cucchiaio, poi ungere la superficie dell’impasto con poco olio e lasciar riposare, coprendo la ciotola con un piatto, per 10 minuti.
Rivestire con della carta forno una teglia e ungerla con un po’ di olio, rovesciarci l’impasto e lasciar riposare per 10 minuti.
Trascorso questo tempo, usando il matarello e partendo dal centro, stendete leggermente la focaccia, una volta verso il basso, e una volta (sempre partendo dal centro) verso l’alto, senza premere troppo in modo da non rompere le bolle d’aria che si stanno formando all’interno. 
Lasciar riposare per 20 minuti.
Mescolare tutti gli ingredienti della salamoia e farli emulsionare per bene usando una forchetta.
Poi con la punta delle dita, formare tanti buchetti sulla superficie dell’impasto, rimescolare la salamoia e versarla tutta sulla focaccia, riempiendo tutti i buchetti formati prima. 
Lasciar riposare di nuovo per 20 minuti.

Infornare a forno già caldo a 220°C, lasciando cuocere per 25-30 minuti o finché la focaccia non sia dorata. 
Lasciar intiepidire su una griglia prima di servire

sabato 11 febbraio 2017

il nero "si porta": menù del mese di febbraio, total black ;)

Sono appena entrata in treno e poco fa, "volante" come è un po' nel mio carattere, sono "passata" (letteralmente, perché ci entro e ci esco a fare un microgiro ogni volta che parto da Roma) in un noto franchising presente anche a Roma Termini perché avevo visto dalla vetrina "qualcosa di rosso".

Il rosso, dovete sapere, oltre ad essere il mio nome, è anche il mio colore preferito per eccellenza.
Quindi sono entrata sparata ma già da fuori vedevo che "il punto" di colore non era quello che voglio io (che per capirci è il "rosso Valentino", o il mitico "999 Dior"... Il rosso-rosso, insomma!).

Guardo l'ora e vedo che ho un cinque minuti di margine. Il negozio nemmeno troppo pieno. "Sepoffa'", ho pensato. E mi sono tirata dentro in cabina anche la copia uguale nera.

Stretta, collo a barca, manica tre quarti, molto Sabrina mentre cucina per Humphrey Bogart.

Alla fine ho preso quella, quella nera, perché dal tubino all'abito, ai leggins ai jeans, al maglione alla mutanda (;-P), il nero "si porta". Non puoi sbagliare, soprattutto se il punto di rosso non ti convince o se hai solo una manciata di secondi per infilarti nel treno verso casa...


Nel cibo, rispetto alla moda, devo dire che è diverso, o almeno lo è nella cucina intesa tradizionalmente.
La cucina è colorata. Penso agli ingredienti, al giallo delle uova e del grano e al rosso del pomodoro. Penso a tutti i toni dei marroni della terra, dei legumi, dei cereali e della crosta del pane. Penso al verde degli ortaggi, e le infinite sfumature di tutto ciò che è edibile.

Infinite sfumature ma il nero, quello almeno fino agli ultimi anni, quello è più raro. Decisamente più del bianco (il bianco della farina, il bianco del riso, il bianco della meringa!).

Insomma, il nero in cucina è tosto, e non a caso, non facendo ancora così tanto parte dell'immaginario dell'edibile,  non è manco troppo facile fotografarlo, quindi immaginatevi la mia ansia quando mi hanno comunicato il tema del menù Fiorfiore in Cucina di questo mese: total black. Momenti mi viene un colpo! :)

Poi niente, invece ci ho preso gusto, ed in effetti posso dire che anche a tavola, "il nero si porta"!

Come ormai di mia consuetudine vi lascio anche su questo spazio web una piccola anteprima del menù. Qualcosa lo avete già virtualmente assaggiato nei giorni scorsi, mentre per il resto, trovate tutto sul magazine distribuito nei punti vendita Coop (in particolare quel dolcino alla farina di riso venere col gelato e lo sciroppo di melagrana, se siete in vena di un dolcetto a metà tra il rustico e il romantico per l'ormai imminente festa degli innamorati... ;))

Insomma, oltre al risotto di lunedì scorso, e all'insalata con mirtilli e pesto di alghe di mercoledì, ecco a voi il resto del menù! ;-)


(e buon fine settimana... :-*)

Riso Venere
Tortino al riso Venere e zucca
Torta di farina di riso

Alghe
Ciotola di riso, pollo, avocado, cetrioli e alghe

Nero di seppia
Scialatielli al nero di seppia con vongole allo zenzero

Carbone vegetale
Panini al carbone vegetale con pomodoro e sgombro






mercoledì 8 febbraio 2017

Insalata con mirtilli e dressing al pesto di alghe e semi

Finisce sempre che snobbiamo le insalate.
Perché tutto sommato (almeno per me) sembra sempre qualcosa di così scontato, o semplice.
E questo porta inevitabilmente a una sorta di (mia) pigrizia nei confronti della cosa.
E fare un po' di esercizio mentale sulle insalate, non solo fa bene perché l'insalata fa bene tout court, ma fra bene perché più la vari, più la mangi, e più la mangi e più ti fa bene.
Tra l'altro più la vari, più si "autoinsaporisce", e più si "autoinsaporisce " meno utilizzi il sale, innescando un ulteriore circuito virtuoso di cui sono sempre più soddisfatta (quando riesco a praticarlo).
L'insalata a seguire mi sembra un esempio abbastanza calzante di questo discorso che faccio tra me e me spesso e volentieri, ed è uno degli otto piatti del "menù in nero" che campeggia questo mese sulle pagine di Fiorfiore in Cucina e di cui fa parte anche lo scorso risotto (il mio personale "tubino nero" dei risotti! ;-P).
Chi mi conosce sa che non è la prima volta che inserisco i mirtilli nelle preparazioni salate (mirtilli in insalata anche nel libro delle mandorle, infatti!), ma questa volta l'elemento croccante non sono le mandorle bensì i semini, e quello caratterizzante sono un esperimentino nuovo-nuovo, ovvero l'utilizzo delle alghe crude marinate in un pesto molto liquido a mo' di dressing.

INSALATA CON MIRTILLI E DRESSING AL PESTO DI ALGHE E SEMI
ingredienti per 4 persone
250 g di insalata da taglio mista con varietà orientali (tatsoi, mizuna ecc.)
125 g di mirtilli freschi
olio d’oliva extravergine
2-3 cucchiai di succo di limone o lime
Parmigiano Reggiano
1 cucchiaio di semi di papavero
sale
Per il pesto di alghe
10 g di alga lattuga di mare in fiocchi
10 g di alga dulse in fiocchi
10 g di alga wakame in foglie
2 cucchiai di semi di sesamo
2 cucchiai di semi di girasole  80 ml di olio extravergine d’oliva

Preparare il pesto sminuzzando l’alga wakame e disponendola in una piccola ciotola insieme alle altre alghe e all’olio.
Mescolare molto bene, coprite e far marinare in frigorifero almeno una notte.
Il giorno successivo aggiungere i semi di sesamo e di girasole e rabboccare l’olio d’oliva se occorre.
Lavare l’insalata, scolarla bene e disporla in un’insalatiera.
Unire i mirtilli lavati e asciugati e condite con il sale, poco olio e il succo di limone.
Aggiungere a questo punto alcune scaglie sottili di parmigiano e i semi di papavero.
Servire accompagnando l’insalata con il pesto di alghe e semi.

[con le foto non riuscivo a decidermi, mi piacciono tutte e due, ma mi piacerebbe fare un piccolo esperimento: voi quale preferite????? :D grazie... ]



lunedì 6 febbraio 2017

Riso (tto) Venere con burrata e alici del mar Cantabrico, e un menù nuovo-nuovo in arrivo. Total black.

Booonzuuuuuurrrr!

Si chiude la settimana con un risotto bianco e da realizzare con gli ingredienti della dispensa e si apre la successiva (cioè questa, insomma oggi ;-P) con un risotto tutto nero e con qualche ingrediente fresco in più: la mia adorata burrata.

In comune questi risotti hanno però una cosa: ingredienti che si contano sulla punta delle dita.
Anzi, se questo di oggi ha un aspetto un po' più "barocco" e ricco del confortevole risotto ai porcini secchi e crema di parmigiano di qualche giorno fa, è nella sua realizzazione addirittura più semplice dell'altro, non ha nemmeno una cipolletta o uno scalogno da affettare!



Mi piace così tanto che dopo averlo realizzato la prima volta, l'ho propinato a tutti: alla mia famiglia la sera della vigilia di Natale, alla Juls la sera di Capodanno, ed ora a voi!! ;)

Si tratta di uno degli otto piatti del menù del mese della rivista Fiorfiore in Cucina di febbraio (che trovate in tutti i supermercati Coop), e per questo mese ho deciso di fare il contrario dello scorso: allora voi avevo svelato il menù, e poi un paio di piatti, mentre per oggi e per il prossimo post, voglio condividere due ricette, e poi per chi è curioso, verso il finesttimana, l'intero menù!

Insomma, oggi partiamo col risotto, e la ricetta è semplicissima ed io spero tanto che la proviate e che mi diciate la vostra...

RISOTTO CON RISO VENERE, FILETTI DI ALICI DEL MAR CANTABRICO E BURRATA
ingredienti per 4 persone
300 g di riso Venere integrale 
6 filetti di alici del mar Cantabrico 
40 g di burro  
1/2 bicchiere di vino bianco 
1 l di brodo caldo 
prezzemolo 
400 g di burrata
un paio di cucchiai di pinoli tostati a piacere

Far sciogliere 20 g di burro in una casseruola capiente, poi aggiungere e farvi sciogliere 2-3 filetti di alici a pezzettini.
A questo punto aggiungere il riso e farlo tostare per 2-3 minuti. Versare il vino bianco e lasciare sfumare a fuoco vivace. 
Versare il brodo poco per volta e portare a cottura. 
Spegnere il fuoco e mantecare il riso con il burro restante.
Distribuire il riso nei piatti e aggiungere la burrata, le rimanenti alici a pezzetti, il prezzemolo tritato, pepe e pinoli tostati a piacere.

giovedì 2 febbraio 2017

Metti una sera a cena all'improvviso: risotto con funghi porcini e crema di parmigiano

Ohmmammina, qui ci stiamo decisamente prendendo gusto a postare di giovedì anticipando il venerdì e dicendo "buon weekend!!!", ma soprattutto, anche a postare a spron battuto..

Eccheè? Pare che m'a morsicata la tarantola! ;-P

A parte scherzi, che bello essere qui un giorno sì e un giorno pure, mi mancava da matti, come mi mancava, soprattutto, il contatto diretto con voi (al di là dei social, che sì, ci piacciono tanto, la chiacchiera qui è decisamente un'altra cosa, ha un'altra temperatura e un'altra permanenza).

Oddìo, ad abituarcia  certi lussi non ci abituiamo, però porcavacca, qualc he è certo è che appena "rifiato" mi fiondo qui! ;)

Questo è uno di quei piatti che devo ricordarmi di tenere ben a mente per le emergenze serali di:

a. quando non hai (praticamente) niente in frigo, torni stremata dall'ufficio, è buio e freddo e sai che una cenetta confortevole potrebbe farti sentire un tantinello meglio
b. quando non hai (praticamente) niente in frigo, torni stremata dall'ufficio, è buio e freddo e ti arrivano ospiti all'improvviso e hai velleità di presentare qualcosa di simil-decoroso a tavola.

E' una di quelle ricette da "cuisine du placard" che piacciono tanto a me e che se avete uno scalogno, un bicchiere di vino bianco, una manciata di porcini secchi, panna e parmigiano, siete a cavallo. 
No, ma che dico a cavallo, a cavallissimo.

Poi vabè, serve anche un po' di riso "buono", ma quello per i risotti ci vuole sempre!

E' un piatto estemporaneo, cucinato qualche giorno fa per la cena, schiaffato sul tavolo così come stava e fotografato (lo dico un po'orgogliona perchè in genere non è così veloce, l'operazione... ;)).

piatto Riga in vendita su DishesOnly

Posso dirvela "sciuè-sciuè"?

Prima cosa vi preparate la crema di Parmigiano Reggiano, così (non vi servirà tutta, potete benissimo dimezzare le dosi):

In una casseruola, scaldare 250 ml di panna con una spolverata di noce moscata e portarla a bollore.
Togliere dal fuoco, aggiungere 40 g di Parmigiano Reggiano DOP grattugiato finemente, amalgamare bene con un cucchiaio di legno e rimettere sul fuoco.
Una volta raggiunto di nuovo il bollore aspettare ancora 5-8 minuti mescolando, o fino a che la salsa non ha ottenuto una consistenza più densa, a questo punto togliere dal fuoco e lasciar intiepidire.

Poi procedete "classici" col risotto, ovvero, trito di scalogno nel burro, riso tostato, poi sfumato col vino, e poi vai di brodo a mestolate, un po' per volta.
Nel frattempo far rinvenire i porcini secchi nel brodo e aggiungerli a pezzetti nel riso verso i due terzi della cottura (lasciandone a piacere qualcuno per la decorazione), insieme ad un paio di cucchiai di crema di parmigiano (in base alla quantità di riso).
In ultimo mantecare con burro a piacere o solo con la crema di parmigiano (questa per forza! ;)), e servire con i porcini rimasti e una generosa macinata di pepe nero.

Bon appétit! ;)

E, ah, dimenticavo: Buon weekend!!! ;-P

mercoledì 1 febbraio 2017

Coccole infrasettimanali: minestra di farro, zucca, topinambur e alga kombu

Certo che nel titolo di questo piatto, di per sé molto semplice da realizzare e confortevole, ci stanno subito due parole "strane", che sono il topinambur e l'alga, la kombu!

Il primo, di ingrediente strano, ce l'ho messo io, e confesso che era la prima volta in assoluto che mi cimentavo con questo tubero dalle molte (pare ;)) proprietà benefiche, mentre l'alga, quella ci ha pensato Nuova Terra, l'azienda toscana che produce da più di venti anni cereali, semi, legumi, mix per zuppe e minestre e che mi ha coinvolta, insieme ad altre colleghe blogger e con mio grande piacere, in un progetto che si chiama #siamogolosiani.

Il manifesto dei golosiani prevede infatti alcune semplici buone abitudini di tavola e di vita, e a queste saranno ispirate alcune ricette che io e le mie amiche blogger che aderiscono all'iniziativa abbiamo dedicato e dedicheremo sui nostri spazi.




Qui trovate tutte le ricette che finora sono state realizzate per questo progetto (io mi sono letteralmente SBIZZARRITA a spulciare le ricette delle mie amiche e colleghe! <3), mentre qua a seguire trovate la mia ;)

Ho sempre amato l'utilizzo dell'aga kombu associato alla cottura dei legumi (oltre ad essere in generale ricca di fibre li rende più digeribili e leggeri!), e trovarla già a pezzetti inserita nella confezione di questa zuppa mi è sembrata una genialata, quindi la mi prima scelta è stata quella che vedete qua sotto!

Minestra di farro, zucca, topinambur e alga kombu

ingredienti per 4 persone
2 coste di sedano
1 cipolla
2 o 3 rametti di timo
200 gr di zucca già pulita e tagliata a dadini
200 gr di topinambur pelato e tagliato a dadini
1 litro di brodo vegetale caldo
olio extravergine d'oliva
sale
pepe

Tritare finemente la cipolla e il sedano e lasciarli imbiondire in un filo d'olio.
A questo punto aggiungere i dadini di zucca e topinambur e un pizzico di sale e le foglioline di timo, poi mescolare con un cucchiaio di legno e lasciar insaporire uno o due minuti.
Aggiungere la zuppa di farro con alga kombu Nuova Terra e far insaporire ancora, rimestando, uno o due minuti.
A questo punto coprire a filo con il brodo e lasciar cuocere 20-30 minuti.
Servire a piacere con infilo d'olio e una macinata di pepe.





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